Set 182005
 

Come stavamo dicendo…

"gli scienziati spiegano che il numero e la potenza degli uragani dipende dai ciclici e decennali cambiamenti di temperatura nell’oceano Atlantico."

Aggiornamento, mi spiego meglio, ché non mi capisco da solo.

È molto probabile, al limite della certezza, che la maggiore intensità degli uragani, come ricorda selettivamente Christian Rocca, dipenda dal riscaldamento medio degli oceani, un andamento che si sovrappone a cicliche variazioni di temperatura, per esempio quella periodica che si verifica nell’oceano Pacifico meridionale ed è meglio nota come El Niño. È anche piuttosto probabile, anche qui se ne può essere quasi certi, che questo riscaldamento medio derivi dall’effetto serra, conseguente all’innalzamento del tenore di anidride carbonica e altri gas consimili nella composizione dell’atmosfera terrestre.

Invece non è certa è la causa prima di quest’ultimo innalzamento, perché il bilancio della composizione atmosferica dipende da un grande numero di fattori molto complessi.

Vi faccio un solo esempio tra i tanti: a tutt’oggi, contrariamente a quanto comunemente si crede, nessuno sa per certo se le grandi foreste (sul nostro pianeta ne rimane in pratica una sola, quella amazzonica) agiscano come pozzi o come sorgenti di anidride carbonica. Questo perché l’esatto bilancio dipende dal piccolo risultato di una sottrazione tra due numeri grandi: di giorno è attiva la fotosintesi clorofilliana e gli alberi della foresta producono un’enorme quantità di ossigeno a scapito del diossido di carbonio, di notte la fotosintesi si ferma e aumenta la respirazione che agisce esattamente in senso contrario. Agli alberi interessa, geneticamente parlando, compiere il minimo sforzo possibile per mantenersi in vita senza sprecare energie inutilmente, da ciò deriva una tendenza a equilibrare i due processi.

Misurare i ritmi di produzione dei due gas è molto complicato perché gli alberi sono fatti a modo loro, con grande varietà di forme poco simmetriche e niente affatto sferiche. Misurare la composizione atmosferica a due centimetri d’altezza piuttosto che a due o a trenta metri conduce a misure completamente diverse, e i risultati cambiano anche spostando di cinquanta centimetri la base del rilevatore. Riempire la foresta amazzonica di rilevatori, oltre che essere poco pratico, porterebbe alla distruzione della foresta stessa. Per giunta indios cacciatori/raccoglitori da una parte e contadini dall’altra sono entrambi propensi a distruggere i rilevatori non appena ne hanno la possibilità, temendone per motivi opposti i risultati, vuoi favorevoli, vuoi sfavorevoli a un’ulteriore deforestazione.

Alcuni credono che la maggiore produzione di anidride carbonica conseguente alle attività umane possa essere in parte compensata dall’assorbimento di carbonio di oceani e foreste, altri pensano esattamente l’opposto, cioè che oceani e foreste amplifichino il fenomeno, altri ancora, in genere statunitensi, ma non solo, escludono che l’influenza delle attività umane sia rilevante.

Ciò che vorrei qui sottolineare è che l’attribuzione di colpa non ha alcuna importanza, ma ne ha invece una grandissima l’assunzione di responsabilità. Discolparsi è uno sviare il nocciolo del problema. Se un grosso meteorite fosse diretto verso il nostro pianeta, nessun uomo ne avrebbe colpa, ma sarebbe responsabilità di tutti tentare di evitare l’impatto al meglio delle proprie possibilità.

Vale lo stesso nel caso dell’effetto serra. Magari non sarà colpa di nessuno e il fenomeno non avrà origine nell’attività umana, ma se per tramite di modifiche e limitazioni nell’attività umana fosse possibile porvi rimedio, credo sia responsabilità di tutti fare almeno un tentativo.

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