Set 252005
 

Avevo scritto un bel post provocatorio sull’argomento, ma ho deciso
di cancellarlo e di scrivere questo in sostituzione. Per questa volta
almeno non voglio correre il rischio di sopravvalutare la perspicacia
dell’uditorio, spiegherò quindi la mia posizione punto per punto.

Argomento del contendere è il boicottaggio nei confronti di Yahoo
indetto da alcuni blogger italiani (e non solo, ma di questi soli ho deciso
di occuparmi). Il casus belli sarebbe fornito dalla
collaborazione della sede di Hong Kong di Yahoo con il governo cinese,
colleborazione che ha permesso l’identificazione di un giornalista
che aveva diffuso in forma anonima tramite la rete di Yahoo alcuni articoli
critici verso il governo cinese stesso. Il giornalista rischierebbe ora
fino a dieci anni di carcere per reati di opinione.

Ecco i collegamenti agli articoli rilevanti in alcuni dei suddetti blog (nessuno è mia lettura abituale):

Poiché sono ateo non si conviene che io invochi il cielo a testimone
del fatto che le grandi corporazioni nate dalla new economy, come Yahoo,
non mi sono affatto simpatiche; credetemi, se volete, sulla fiducia e senza
interventi divini.

E tuttavia mi pare che in questo caso Yahoo non abbia colpa alcuna.
È cosa normale che un’impresa si adegui alle leggi del paese in cui opera,
e le leggi cinesi sul caso in questione sono assolutamente identiche a quelle di casa nostra, che condividiamo tra gli altri con l’intera Comunità Europea e con gli Stati Uniti; mi riferisco ovviamente a quelle leggi che riguardano
Yahoo, non a quelle che riguardano il giornalista e di cui parlerò piú tardi.
L’approvazione, in funzione ostentatamente antiterrorismo, di leggi che
impongono alle ditte attive nel campo delle telecomunicazioni (tra cui
internet provider e operatori di telefonia cellulare) di conservare i tabulati
delle comunicazioni tra i propri utenti e di farle avere su richiesta
all’autorità giudiziaria è cosa già di qualche anno fa, e il recente
decreto del governo Berlusconi sulle intercettazioni telefoniche ha
addirittura esteso il tempo per il quale tale tabulati debbono essere
conservati.

Chi, come me, frequenta Internet ormai da due decenni (dal 1986,
anno in cui IBM installò il primo collegamento transoceanico di rete tra Europa e America) ricorderà certamente il caso del mailer anonimo
anon.penet.fi sito in Finlandia e che fu chiuso, anche se non direttamente, in seguito a pressioni
del governo degli Stati Uniti, che agiva per conto di Scientology.

Quello era un buon momento per indignarsi, e infatti si indignarono
in parecchi, ma senza risultato. E pure ebbero il buon senso di indignarsi
non con il povero Helsingius, che non c’entrava nulla, ma con Scientology
e con i governi di Finlandia e Stati Uniti, che erano i veri responsabili
del fatto.

Da allora, che lo si sappia o meno, della propria privacy su Internet ciascuno
deve occuparsi in prima persona e si corre comunque sempre il rischio di essere
identificati.
È dunque invalso il principio, e in origine sono stati proprio i nostri governi
occidentali a imporlo, che l’anonimità su Internet non è garantita
e che i governi devono poter avere dai fornitori di servizi ogni informazione
atta a identificare i loro utenti. Questo è tra l’altro il modo che viene
utilizzato per perseguire coloro che scambiano file protetti da diritto
d’autore tramite le reti peer-to-peer, persone che da noi rischiano,
si spera solo in teoria, pene assai piú severe che non dieci anni di galera
per aver esercitato quello che in molti altri paesi del mondo, per esempio
in Cina, sarebbe un loro diritto.

Secondo me Yahoo non ha fatto altro in questo caso che obbedire a una
ormai consolidata tradizione, del resto, visti i precedenti, non avrebbe
avuto la forza di opporsi.

È sbagliata dunque l’indignazione dei bloggers succitati? Certamente no,
e l’intera storia è degna di condanna, non perché Yahoo ha fatto
dei nomi, dato che su quel fronte la battaglia è persa da anni, ma perché
il governo cinese prevede ancora leggi che puniscono i reati d’opinione.
L’esistenza di tali leggi non è certo responsabilità di Yahoo.

Ci si indigni con il governo della Cina, per Bacco, e si lasci in pace
Yahoo, per questa volta, che non legifera e che con quanto accaduto c’entra
come i cavoli a merenda. Ci saranno altre occasioni di prendersela con
le corporation.

Il giornalista in questione non è ancora stato condannato, sarà in ogni caso difficile
esercitare pressioni efficaci in merito, ma esercitarle nel punto sbagliato di certo non aiuta.

P.S. Magari prendiamocela anche con i nostri governi, per il modo assurdo con cui si proteggono
i diritti d’autore, tutelando editori e distributori piuttosto che gli autori stessi, cui i diritti in questione sono intitolati.

P.P.S. Ça va sans dire, per motivi che spero siano chiari io, poiché non voglio altro che il bene universale, sono personalmente in favore della persecuzione delle opinioni sbagliate.

 Posted by at 21:51  Tagged with:

  3 Responses to “Indignazione mal posta”

  1. Cmq io mi indignerei perché c’è gente che non conosce k1b0

    Message-ID:

    Fabbrone

  2. Stavo leggendo poco fa questo, e mi chiedevo cosa faccia poi il governo cinese di tanto diverso dal nostro, visto che il controllo delle email è attivo anche qui, e da molti anni (io non ero un utente Fidonet, ma mi pare di ricordare…). Per combattere il terrorismo, si dice, e la definizione di terrorista è lasciata opportunamente nel vago.

    Kibo is like an evil version of L.Ron Hubbard.

  3. più o meno, abbiamo scritto la stessa cosa a riguardo. 🙂

    [zef]

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