Ott 092005
 

(Continua da pagina salcazzo)

Trout Mask Replica – Captain Beefheart and His Magic Band (1969)

Trout Mask Replica

Disco amato un po’ da tutta la critica musicale "che conta", il molto rimpianto Lester Bangs, primo per importanza tra i critici del rock, annoverava senza esitazioni questo disco tra le sue opere preferite, e persino l’enciclopedista Scaruffi lo considera il disco rock piú bello di tutti i tempi, del che mi dovrei preoccupare[1].

Veniamo al dunque, "Trout Mask Replica" ha fama immeritata di opera difficile e destinata pertanto alla critica piú che al pubblico.

Si tratta certo di un’opera insolita, la cui comprensione non è immediata ai primi ascolti, ma a mio parere questa è una difficoltà dovuta alla scarsa abitudine dell’ascoltatore a confrontarsi con strutture simili a quella di questo disco, non a caratteristiche intrinseche. È un po’ come osservare uno stereogramma, sulle prime non ci si capisce niente e ci si procura un gran mal di testa, dopo un po’ di allenamento si scorge finalmente la figura tridimensionale rappresentata; solo che gli stereogrammi offrono in genere soddisfazioni di scarso valore e ci si chiede se valesse la pena di fare tutto quello sforzo, qui invece, l’ascoltatore che riesce a cogliere il dipanarsi dei diversi segnali sonori variamente intrecciati raggiunge infine un’opera d’arte.

All’ascoltatore superficiale o non educato questo potrebbe sembrare sulle prime un disco realizzato da non musicisti incapaci di suonare, basta tuttavia confrontarlo con quest’altra opera, veramente realizzata da non musiciste quasi del tutto incapaci di suonare, per cogliere immediatamente la differenza. Si tratta invero esattamente del fenomeno opposto, lo si bene capisce paragonando la versione finale con le sessioni di prova, che tendono a suonare assolutamente identiche alle versioni finali: siamo qui di fronte a un collettivo ben rodato di musicisti che svolgono nota per nota, con maniacale precisione, il piano ben preciso sviluppato dalla mente di Don Van Vliet.

Difficile rendere giustizia a questo composto di influenze diversissime, dal delta blues alla psichedelia, con frequenti deviazioni verso il free jazz, le cui strutture vengono riprese in modo pianificato piuttosto che come improvvisazioni.

Basti un solo esempio, tra i brani di piú facile ascolto in "Trout Mask Replica" vi è "Pachuco Cadaver", nella cui seconda parte si intrecciano due soli temi separati (uno per chitarra), l’ascoltatore alle prime armi tenti di concentrarsi, separatamente ma contemporaneamente, su questi due temi e tutto il resto, dal drumming di Drumbo ai contrappunti al sassofono del Capitano in persona, cadrà automaticamente al proprio posto come la tessera di un puzzle. Le cose sono piú complicate altrove, ma il principio è lo stesso. Buon ascolto.


Note

[1] fa niente: per propositi e metodi Scaruffi mi ricorda vagamente Marco Terenzio Varrone Reatino, uno dei miei modelli ispiratori; a causa di questo vago ricordo mi astengo dall’infierire. A proposito, avete notato che l’acronimo dell’enciclopedista latino è MTV? Nomen, sinister omen.

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