Nov 282005
 

Julio Cortázar è uno scrittore che mi è sempre piaciuto, ma aveva suscitato in me piacevoli tepori piuttosto che eccessivi entusiasmi. Di lui conoscevo “Bestiario”, “Storie di cronopios e di famas” e pochi altri racconti sparsi per antologie varie. “Tanto amore per Glenda”, una delle sue opere piú note, non l’ho letta.

Invece “Tutti i fuochi il fuoco” è una raccolta che mi pare bellissima, sono già volati via i primi cinque tra gli otto racconti che contiene: anche il solo che già conoscevo l’ho riletto volentieri e nel rinnovato contesto degli altri e mi è parso persino migliore; la raccolta è postuma, ma tanto ben fatta che l’essere scelta di altri che non l’autore non ha la minima rilevanza. Fin qui ho incontrato cinque brevi capolavori, esito a leggere i tre restanti perché temo che finiscano troppo presto. D’altra parte devo leggerli al piú presto, non vorrei morire proprio stanotte e non poterli conoscere mai piú.


Ecco, mi dico, quanto è meglio un racconto come “L’autostrada del sud”, quanto piú sintetico ed efficace, quanto piú vero, quanto migliore nell’esporre il proprio argomento che non quel libro eccessivo, sia pure interessante, che è “Il condominio” di Ballard? Al cospetto del primo questo secondo diventa quasi del tutto inutile.

  5 Responses to “Fuochi Fatui”

  1. Io non leggo romanzi, solo racconti.

  2. Pensa a questo: quando ti regalano un orologio ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d’aria. Non ti danno soltanto l’orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perché è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te. Ti regalano – non lo sanno, il terribile è che non lo sanno – ti regalano un altro frammento fragile e precario di te stesso, qualcosa che è tuo ma che non è il tuo corpo, che devi legare al tuo corpo con il suo cinghino simile a un braccetto disperatamente aggrappato al tuo polso. Ti regalano la necessità di continuare a caricarlo tutti i giorni, l’obbligo di caricarlo se vuoi che continui ad essere un orologio; ti regalano l’ossessione di controllare l’ora esatta nelle vetrine dei gioiellieri, alla radio, al telefono. Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell’orologio.

  3. Lieve disappunto di fronte al penultimo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta, dove il gioco di rimbalzi si fa un po’ troppo scoperto. O meglio, dove io lettore (il lettore costituisce una buona metà del valore complessivo di qualunque libro) sono un po’ troppo conscio del meccanismo sottostante.

    Ma l’ultimo racconto, “L’altro cielo” con i suoi continui rimandi e collegamenti tra la Buenos Aires degli anni ’40 e la Parigi dell’ottocento e tra le due vite parallele eppure tra loro cosí diverse del protagonista, è una vera apoteosi. Bel libro davvero.

    Paradossalmente, “Istruzioni per John Howell” mi ha ricordato un racconto che non ricordo scritto da un autore che non ricordo. Sarà grave?

  4. Il consenso universale è già un pregiudizio molto miracoloso e incomprensibile. Perché ognuno afferma che la forma di un orologio è rotonda, cosa che è manifestamente falsa, dato che si vede di profilo una figura rettangolare stretta, ellittica per tre quarti, e perché diavolo s’è notata la sua forma solo al momento in cui si

    guarda l’ora? Forse sotto il pretesto dell’utile. Ma lo stesso bambino, che disegna l’orologio rotondo, disegna anche la casa quadrata, secondo la facciata, e questo evidentemente senza alcuna ragione; perché è raro, se non in campagna, che si veda un edificio isolato, e anche in una strada le facciate appaiono alla stregua di trapezi assai obliqui.

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