Dic 172005
 

Da secoli, da millenni ormai, noi esseri umani siamo abituati ad associare la letteratura con la scrittura. Non è sempre stato cosí; per quanto le tracce rimaste siano poche, e quelle poche siano fragili, sappiamo che le prime opere letterarie nacquero e si svilupparono in forma orale, per migliaia e forse decine di migliaia di anni.

Orbene, un’importante caratteristica della letteratura orale è la mutevolezza. Una traccia di tale mutevolezza si ritrova ancora in quelle opere minori, infime addirittura, che si propagano soprattutto tramite copie manoscritte; per quanto ne esistano edizioni a stampa è difficile trovare due edizioni di Ifigonia, il capolavoro della goliardia italiana, che siano uguali nei dettagli. Le differenze tra due copie diverse sono spesso tutt’altro che trascurabili, sarebbe forse possibile allo storico e al filologo ricostruire quale tra due versioni sia la piú vicina all’ignoto ceppo originario, ma sarebbe futile tentare di decidere quale sia la piú vera tra due versioni, ciascuna è significativa a suo proprio modo. Se alcune varianti fossero preferibili ad altre e se l’opera dovesse sopravvivere a lungo esse finirebbero per prevalere per selezione naturale e andrebbero a costituire un substrato comune alle varianti future, per quanto distanti possano essere dalla matrice originale.

L’utilizzo della scrittura per la trascrizione delle opere letterarie, introdotto non senza contestazioni ben dopo l’invenzione della stessa (almeno un millennio, pare), tende invece a fissare arbitrariamente una versione originale, cioè la prima a essere riportata in forma scritta, e ad aumentarne il valore rispetto a varianti possibilmente superiori, varianti che vengono per questo motivo scoraggiate.

Abbiamo testimonianze di un forte movimento di resistenza sorto nell’antica Grecia, al grido di “con questi nuovi metodi i giovani non impareranno piú niente a memoria!” movimento che fu sconfitto come tutti quelli analoghi. Simili resistenze, anche se non ne rimane traccia, devono essere sorti ovunque sia stata introdotta la scrittura, in Sumeria, in Egitto, in Cina, nell’America Centrale.

Si trattò senz’altro di movimenti popolari, la scrittura era difficile a impararsi, riservata all’amministrazione del palazzo, particolarmente per gestire imposte e tributi e dunque usata come metodo di oppressione e identificata con il potere. La cultura orale era invece democratica e diffusa trasversalmente in tutti i ceti sociali, lo è rimasta fino a un recente passato. L’opposizione alla letteratura scritta dev’essere venuta dal basso, ma dev’essere stato facile per i detentori del potere palaziale e templare ignorarne gli aspetti innocui e reprimerne quelli potenzialmente sovversivi. Da allora il potere amministrativo e religioso potè propagandare per definitive le leggi e le parole divine fissandole per cosí dire nero su bianco sulla pietra, se non in eterno, per lungo, lungo tempo.

Qualche residuo dei tempi antichi, però, rimase.

Preso atto della sconfitta, i detrattori della scrittura adottarono anch’essi i metodi degli avversari, adottarono il pittogramma, l’ideogramma, il sillabario e l’alfabeto e si dedicarono, con scrupolo e dedizione, a cambiare ciò che era scritto.

Essi dovettero agire nella piú totale segretezza, coloro che furono scoperti vennero rapidamente soppressi e di loro non rimase traccia alcuna. Il destino di tutti gli altri fu quello di essere ignorati dai piú, noti a sé stessi e forse a nessun altro. Piccoli nuclei distinti e indipendenti di questi resistenti, spesso ristretti a una sola persona, dovettero sorgere in molte città, appartenenti a civiltà ed epoche diverse, ma per quanto costoro fossero isolati sapevano pure, per forza di cose, di non essere soli.

Intenti lungo tutto il corso della propria esistenza a divorare in massa le opere altrui, a digerirle con attenzione per poi rivomitarle, rielaborate in forma affatto diversa, questi continuatori dell’antico dovettero trovare, come rari nuotatori cosparsi per il vasto oceano, poche e nascoste tracce dell’opera minuziosa dei propri remoti colleghi. Nascoste sí agli occhi della cultura ufficiale, ma ben riconoscibili a chi possedesse l’animo adatto alla scoperta. Si trattava di quelle poche, pochissime opere che i piú arditi tra loro osavano pubblicare, il cui contenuto esplicito mascherava a volte una frase, piú spesso solo una parola dal significato riposto.

Spesso le tracce appartenevano a opere di uomini vissuti in un lontano passato, o in paesi lontani, ma ognitanto un raro fortunato deve aver riconosciuto un fratello accessibile, se non proprio a portata di mano. La nascita dei grandi imperi rese questi contatti piú probabili e piú frequenti almeno in occidente, e se nella lontana Qin, a causa di uno scrittore piú malaccorto e meno prudente di altri tutti i libri vennero infine distrutti per ordine dell’imperatore Han onde ostacolare questi pericolosi sviluppi, in terre piú vicine alle nostre i potenti non si accorsero di nulla e niente di simile accadde.

Non ci rimane traccia alcuna di costoro nelle tavole sumere o nei papiri egiziani, nessuna nelle poche righe minoiche, o tra assiri, babilonesi, ittiti e fenici. Qualche incerta traccia compare in antiche opere greche, e se qualcosa sembra potersi trovare in Omero, nulla di simile si nota in Esiodo. Dei Cartaginesi ci rimane troppo poco. Frequenti tracce sembrano invece potersi indovinare tra le opere dei persiani prima, e di alessandrini e romani poi, ma per loro natura di esse non si può che dubitare sempre.

E infine, costoro erano per propria natura dei dotti, avidi di letture, altrettanto avidi di scrittura, col tempo essi si mescolarono a tal punto con gli adepti della cultura ufficiale da non poterne essere piú distinti, se non per il segreto indicibile occultato nel profondo dell’animo loro.

Fu allora che nel territorio del nascente impero romano essi trovarono il proprio nome. Combattendo gli avversari con i loro stessi metodi gli adepti di questa società segreta, ormai in reciproco contatto, intrapresero la propria opera ambiziosa: un’enciclopedia che contenesse la verità e null’altro che la verità, che si contrapponesse alle menzogne ufficiali, che esponesse in modo chiaro e comprensibile a tutti l’intero scibile umano.

Fu il reatino Marco Terenzio Varrone a esporsi in prima persona e intraprendere pubblicamente l’opera, celandone l’intento rivoluzionario il meglio che potesse, dietro un atteggiamento fintamente ossequiente e asservito al potere costituito.

La manovra non gli riuscí, Varrone poté ingannare Pompeo, ma non ingannó Cesare. Egli finí proscritto, la sua opera gli sopravvisse, ma purgata di ogni passaggio potenzialmente pericoloso, e comunque non gli sopravvisse a lungo.

Accettata con rassegnazione questa sconfitta i congiurati tornarono ad agire nell’ombra riunendosi intorno alla guida di un lontano cugino dello sfortunato enciclopedista, di nome Lucio Terenzio Varrone. Morto costui all’epoca di Augusto o di Tiberio, il nome fu raccolto dal suo successore e da allora il capo della congiura è noto solamente con questo nome e con l’attributo di “Divino” e la congiura si diede una struttura amministrativa e il nome di “societas varriana”. “Divin Varro” sarà d’ora in poi la firma apposta a tutte le opere esoteriche della società, quelle non destinate alla divulgazione.

Fallito il progetto enciclopedico per secoli la società si dedicò esclusivamente, come agli inizi della propria esistenza, alla mutazione programmatica delle opere scritte, secondo regole ampiamente arbitrarie, sia pure soggette a poche metaregole che andarono lentamente codificandosi. Le opere mutate vennero diffuse quasi esclusivamente all’interno della società, pochissime furono rese note all’esterno, nei successivi milleseicento anni si pensa che non ne siano apparse in pubblico che cinque o sei al massimo, tutte firmate con il vero nome dell’autore.

Tra le metaregole piú note si elenca la cosiddetta riscrittura e mutazione: un’opera ben nota viene letta e riscritta, spesso a piú mani, introducendo varianti di ogni genere fino a tramutarla in qualcosa di completamente differente dall’originale. Quando il risultato viene giudicato soddisfacente tutte le versioni intermedie vengono distrutte.

Pur attivissima al proprio interno la società rimase esteriormente invisibile sino alla vigilia della rivoluzione francese. Fu allora che il Lucio Terenzio Varrone del momento, che alcuni vorrebbero identificare in Voltaire, tentò di far ripartire il progetto dell’enciclopedia. Tutto ciò che si riuscí a produrre fu, dopo parecchio tempo e molte difficoltà, l’insoddisfacente opera di Diderot e D’Alembert. Di fronte a questo nuovo, plateale fallimento la società entrò in un periodo apparentemente difficilissimo, probabilmente dividendosi in fazioni mutuamente ostili e sospendendo in gran parte le proprie attività. Alcuni vogliono identificarne qualche traccia nei movimenti del socialismo utopico o nella congiura degli eguali di Babeuf, ma questa visione è contestatissima. Molti, con maggior merito, sembrano identificare una scheggia scissionista negli Illuminati di Baviera di Adam Weishaupt e nei movimenti che ne derivano, quali le varie branche paramassoniche dell’Ordo Templis Orientis e gli adepti delle scuole steineriane.

La branca principale della società, tuttavia, sembra essersi di nuovo ritratta nell’ombra senza lasciar traccia, a un certo punto si sospetta addirittura che possa essersi definitivamente disciolta proprio come accaduto, duemila anni prima, alla sua omologa cinese.

Non si è certi, nulla è certo in questa storia, di cosa sia esattamente accaduto in quel periodo. Personalmente ritengo che, seguendo i movimenti coloniali europei, alcuni seguaci siano entrati in contatto con gli adepti delle società dell’India e del centro America, quest’ultima nata e cresciuta separatamente dalla sua analoga occidentale, la prima divisasi da questa dopo la caduta dell’impero sasanide, e che da questo contatto abbiano tratto rinnovato vigore.

Ai primi del ‘900 riemerge, non a caso in un racconto di Rudyard Kipling, il primo indizio dell’attività della società in oltre un secolo. I segni ci sono tutti: Kipling è almeno apparentemente un conservatore, dai tratti marcatamente paternalistici e razzisti, completamente allineato al potere costituito. I soli membri della società cui sarà concesso esporsi in seguito condivideranno quasi sempre questi tratti. È assai probabile che Kipling stesso sia in quest’epoca il Divin Varro in carica.

Il racconto di Kipling è Wireless, in esso, esponendo assai chiaramente le teorie professate dalla società, un giovane che vive esperienze assai simili a quelle del poeta Keats, ne riproduce i processi creativi ricostruendo faticosamente una copia inesatta di un’ode di quello. Altre evidenti tracce si trovano in un secondo racconto di Kipling: Dayspring Mishandled dove l’intera trama, rivela in modo chiarissimo e nei dettagli a chi sappia riconoscere simili indizi l’attività di uno dei tanti ignoti “copisti creativi” aderenti alla società. L’uso del termine “Mishandeelt” non può lasciare dubbio alcuno a chi conosca anche solo superficialmente il modo di procedere di costoro: si tratta di una delle famigerate varianti linguistiche.

Da questo momento in poi i membri della società tendono a uscire maggiormente allo scoperto. Raffinati da millenni di pratica i metodi di riscrittura e mutazione riescono ormai ad aver luogo in tempi rapidissimi, un’opera di qualche merito è appena pubblicata che già è resa completamente diversa, nel giro di pochi mesi, di pochi giorni addirittura. La matrice originale della mutazione è quasi sempre irriconoscibile e irricostruibile, a meno di non possedere tutte le versioni intermedie, che vengono però di regola distrutte. La pagina di un manoscritto giunta per puro caso nelle mani degli autori di questo articolo, dimostra inoppugnabilmente, per quanto ciò possa apparire assurdo, come “Il Maestro e Margherita” di Mikhail Bulgakov altro non sia che una riscrittura mutata del “Manoscritto trovato a Saragozza” di Potocki.

Altri autori si dedicano invece a varianti sottili, memori della loro antica origine in opposizione al potere costituito essi mettono in versi testi amministrativi e legislativi, manuali tecnici, articoli scientifici e persino gli scontrini del supermercato. Il senso di tali operazioni è incerto, in parte si tratta di esercizi di stile, in parte di sfumate prese in giro. Da alcuni minimi cambiamenti di senso, tuttavia, si sospetta che il fine ultimo di tali operazioni sia quello di cambiare il mondo.

Tracce indubbie di appartenenza alla società varriana si trovano nell’opera di Jorge Luis Borges, seppure molti indizi sembrino confermare che fosse invece il suo amico Bioy Casares a detenere la carica di Divin Varro e forse a introdurlo alla società stessa (le origini inglesi del ramo materno di Borges, come l’attività di scrittore del padre, sembrerebbero invece suggerire un’affiliazione indipendente). Solo dopo aver conosciuto Bioy Casares, comunque, Borges si allontana talvolta dai romanzi di argomento gauchesco e dalla poesia. Il racconto Pierre Menard, autor del Quijote è un’evidente “riscrittura” del Wireless di Kipling, eseguita seguendo gli antichi metodi della società varriana. Un’esposizione minuziosa dei propositi della società è chiaramente identificabile in Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, che solo apparentemente sembra un lavoro di finzione, ma rivela a un piú attento esame molteplici agganci con la nostra realtà. Ma indizi di riscrittura si ripetono e si rincorrono per l’intera estensione di “Aleph” e “Finzioni”.


Tour de force congiunto di fB e Peter Knurd

  3 Responses to “La società varriana”

  1. cfr. Luciano Canfora, “Il copista come autore”

  2. > cfr. Luciano Canfora, “Il copista come autore”

    Resta dunque da stabilire se Canfora sia membro della cospirazione o non piuttosto della parte avversa, sempre che vi sia differenza.

  3. naftalina

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