Giu 172006
 

Bah, non so quanta voglia avrò di rivedere questo articolo nel prossimo futuro, vi posto la bozza, scusate eventuali imprecisioni ed errori.


Si dice che i filosofi siano quegli adulti che continuano a
porsi domande da bambini. Io non sono certo un filosofo e simili
domande ho cessato di pormele da un pezzo, per lo meno non ne ho
piú trovate di nuove, ma sono stato un bambino e ho, di quel
lontano periodo e delle domande che l’hanno accompagnato, una
memoria straordinariamente viva. Ad alcune di esse ho trovato,
da adulto, una risposta, altre si sono rivelate prive di senso;
naturalmente non sono certo dell’esattezza delle relative risposte,
ma nessuna è rimasta del tutto insoddisfatta.

Oggi voglio parlare di una di tali questioni.

Cominciamo con una premessa.

I primi tra i miei ricordi a cui riesco ad assegnare una data precisa
risalgono all’incirca ai tre anni d’età. A quell’epoca risalgono
due ricordi molto chiari di mio bisnonno, che morí pochi mesi dopo
il mio terzo compleanno, e di poco successiva fu la rivelazione,
che colse completamente di sorpresa l’intera mia famiglia, che io
avessi imparato a leggere le lettere maiuscole. Tratto illuminante
del mio carattere: mentre ovviamente io sapevo benissimo di saper
leggere, nessuno me l’aveva mai chiesto prima d’allora
e in assenza di una domanda specifica non mi era mai sembrato il
caso di rendere partecipi gli altri di questa mia nuova capacità.
In fondo, non era affar loro.

Uno solo dei miei ricordi risale a un’epoca sicuramente precedente,
meriterebbe forse un articolo tutto suo, diciamo che la sua
caratteristica piú viva è il senso di profondo imbarazzo che
provai rendendomi conto che, mentre potevo già facilmente
capire la lingua degli adulti e, almeno in un certo senso[1], pensare a parole, non ero
ancora – ahimé – capace di parlare.

Veniamo al punto.

Già a quell’epoca, e ancor piú lo sono stato in quelle successive,
ero perfettamente consapevole della mia monolitica e ben definita
identità: io ero io e gli altri no.

Al contempo ero consapevole dell’esistenza del mondo esterno e che,
in esso, esistevano parecchi esseri umani diversi tra loro, ma in
fondo abbastanza simili, di cui io non ero che un caso particolare
dotato di autocoscienza (suppongo per simmetria che anche voi altri
abbiate, dai vostri rispettivi punti di vista, un’autocoscienza,
ma devo confessare che la maggior parte di voi non fa assolutamente
nulla per confermarmelo).

La contraddizione (apparente) tra questi due dati di fatto deve
avermi colpito, se ben ricordo, verso gli otto/nove anni d’età.
Se al mondo, attraverso lo spazio e il tempo, sono esistiti miliardi
di esseri umani tutti, a priori, equivalenti tra loro,
perché mai questa coscienza che chiamo me stesso è
legata proprio a quell’essere umano che, parimenti, chiamo me
stesso
e non a qualcun altro?

All’epoca ero influenzato dall’educazione cattolica e presupponevo
confusamente che la coscienza precedesse l’esistenza fisica,
mentre ora sono piuttosto convinto del contrario, ma la questione
non cambia, anzi, si complica ulteriormente.

La soluzione al dilemma, che non è il punto del presente articolo,
mi si parò improvvisamente innanzi nei miei studi di fisica:
l’associazione tra l’io fisico e l’io autocosciente avviene per
rottura spontanea di simmetria:
non esiste alcuna ragione
aprioristica perché a una particolare coscienza (per esempio la mia)
venga assegnato un particolare corpo fisico (per esempio il mio)
piuttosto che un altro qualsiasi.

Non sono piú credente da oltre trent’anni e ritengo da tempo che
autocoscienza e corpo umano non siano dotati di natura ed esistenza
tra loro indipendenti, ma la domanda di fondo sul perché siano
proprio questa particolare autocoscienza e questo particolare corpo
fisico a essa associato a essere “io” e non piuttosto quelli del mio
vicino di casa, o i tuoi, o quelli di chiunque altro, la domanda –
dicevo – rimane invariata, ed è invariata anche la risposta.

Il punto, dicevo, non è questo. Partendo da simili premesse
io non posso che riconoscere che tutti gli uomini
sono, almeno in origine, assolutamente uguali e anche che io,
che per puro caso ho finito per essere me stesso, sarei potuto
benissimo essere qualcun altro. Chiunque altro.

Di qui una certa mia tendenza a sottoscrivere i principi
dell’illuminismo e della rivoluzione francese, a trovare lati
buoni (e lati cattivi) in chiunque, eccetera eccetera.

Insomma, la simmetria è totale: se la mia autocoscienza, cara
lettrice e caro lettore, si scambiasse istantaneamente con la tua,
comprensiva di ricordi, pensieri, emozioni e senso di sé in generale,
nell’universo non cambierebbe nulla, e noi stessi neppure avremmo modo
di rendercene conto[2].

Proprio questa mancanza di conseguenze pratiche è il segno
di una questione priva di senso: se due stati dell’essere sono
indistinguibili in linea di principio, se non esiste metodo alcuno
per separarli tra loro, allora, in base al principio di identità
degli indiscernibili[3] non si tratta
affatto di due stati: essi sono lo stesso stato. Che io sia io e tu
sia tu, piuttosto che io sia tu e tu sia io, è un fatto puramente
accidentale e irrilevante.

Per cui quando Saul Kripke, da pagina 95 in poi nell’edizione italiana di “Nome e Necessità”, si
affanna a mostrare ai propri lettori che gli asserti di identità
sono necessari e non contingenti, io non posso, dopo aver considerato
attentamente i suoi lati buoni, che mandarlo
sonoramente affanculo. Questo è il punto dell’articolo.


[1] "In un certo senso"
perché ero ancora cosí piccolo da non attribuire l’origine dei
miei pensieri a me stesso (o solo a me stesso), bensí (anche) agli
oggetti che mi circondavano e che mi figuravo potessero parlare,
almeno nello stato di dormiveglia in cui devo essermi trovato.
Freud, che tra tante puttanate a volte ci azzecca, descrive in
alcune delle proprie opere divulgative un processo di soddisfazione
allucinatoria del desiderio nei bambini molto piccoli: eccone un
esempio.

[2] Ma anche no, in questo momento ho infatti la
vaga impressione di essermi tramutato in una cattiva imitazione di
Philip Dick, e l’originale non era neppure questo gran che di suo.

[3] Uno di quei principi che io e Leibniz troviamo
indubitabili.

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  12 Responses to “Identità e contingenza”

  1. sicuramente mi sfugge il senso del problema – anche perché non mi pare di essermelo mai posto in questi termini (se non vedendo “Il cielo sopra Berlino”, ma vabè) -, però ‘sta cosa della scambiabilità neutra delle autocoscienze mi pare una cazzata.

  2. Dovrei effettivamente riformulare in tutto in modo piú chiaro, ma mi manca un po’ il vocabolario adatto. Parte delle conclusioni è che, anche se si consideraresse l’autocoscienza (o l’anima, o comunque la si voglia chiamare) indipendente dal resto dell’io, sia essa o meno un processo fisico, la cosa non avrebbe rilevanza alcuna. Se si scambiassero tra loro le anime di due persone esse manterrebbero comunque immutata la propria identità.

  3. Premetto che oramai quarantenne, e assolutamente non precoce e nemmeno perspicace come fB, sono conscio del mio scarso livello di profondità nell’argomentare di filosofia. Questo limite è stato artefice di una crisi di autostima durante le mie esperienze liceali, crisi che, forse, non sono mai riuscito a superare.

    Ad ogni modo dalla mia ho di essere Italiano e come ogni buon Italiano ignorante in qualcosa, su di essa voglio dire la mia.

    Se posso essere d’accordo con fB quando dice: “Insomma, la simmetria è totale: se la mia autocoscienza, cara lettrice e caro lettore, si scambiasse istantaneamente con la tua, comprensiva di ricordi, pensieri, emozioni e senso di sé in generale, nell’universo non cambierebbe nulla, e noi stessi neppure avremmo modo di rendercene conto.”

    ho pero’ dei dubbi. Infatti quanto afferma fB non cambierebbe nulla nell’universo da un punto di vista macroscopico (almeno nizialmente). Facciamo pero’ un esempio:

    l’individuo A e l’individuo B subiscono uno scambio di autocoscienza.

    Ora B è convinto di essere (è?) A e A è convinto di essere (è?) B.

    Se ora B va dal cane di A, con cui A è cresciuto ed ha giocato sin da bambino, e cerca di accarezzarlo quello, vedendo davanti a se uno sconosciuto, si mette sulla difensiva e magari lo morde. B (con la coscienza di A) rimane sorpreso e cerca di farsi illuminare dai suoi genitori (che sono naturalmente quelli di A). Entra in casa ancora sorpreso della strana accoglienza del suo cucciolo preferito e, entrato nella cucina in cui ha fatto colazione e merenda per tutta l’infanzia, si trova davanti suo padre (quello di A) che con in braccio un fucile lo ritiene uno sconosciuto minaccioso e gli spara.

    Tutto questo per dire che se il ragionamento di fB funziona a livello macroscopico senza alterare gli equilibri dell’universo, la correlazione (interazione) che esiste tra i singoli individui (particelle?) dovrebbe ingenerare dei disturbi a livello microscopico che prima o poi verrebero risentite a livello piu’ altro, alterando cosi’ l’equilibrio dell’universo.

    MCB (alias Claudio Palmieri)

  4. Qual’è la parte filosofica? Tu che ti guardi bambino o tu che guardi con ammirazione il tuo io che formula il formulabile. Tu che sei finalmente, quello che credi di essere:-forse credente dell’ateismo, (forse un altro Dio, un poco più impreciso e forse più comodo). Diciamo che si dovrebbe diventare qualcosa (altro punto spinoso). Perchè, prima si era identità ignorante? Mentre, ora si è coscienti della propria ignoranza? e quindi: -rispettosi degli altri esseri intelligenti-. O semplicemente consapevoli testimoni, di segni altrui e nostri? Il minotauro cane di altri tempi scodinzola alla catena, un vuoto devastante ci deve un poco preoccupare, io un poco ne ho paura. Niente didascalici moralismi, e niente simpatie, forse un poco di piacevole: “esistiamo allo stesso modo e allo stesso modo (con lo stesso moto) giriamo attorno a una sfera. Questo è il difficile equilibrio di stare inpiedi. Un saluto, bel blog questo.

  5. Ohé, rincoglioniti! L’articolo avrà anche qualche merito letterario, ma è impreciso e scritto di fretta e male, infatti dal tono dei commenti devo constatare che non si capisce (come per altro supponevo). Non prendetelo troppo sul serio e non fategli troppe pulci, arriverà una seconda parte esplicativa, che spero non faccia la fine delle altre seconde parti sempre promesse e mai arrivate.

    (fB sloggato)

  6. Qual’è la parte filosofica? (seconda parte) Niente toni (per quel che mi riguarda) pulci quante ne vuoi (io) un modo per fraternizzare comunque(spulciarsi). Perchè? invece è scritto bene. Sono io che leggo al contrario e scrivo di traverso. michele

  7. Se non ho capito la prima parte, figurati se ci riusciro’ con la seconda… 😉

    E’ meglio che prenda il rincoglionito che c’e’ in me e lo porti a dormire (visto il mio stato semicomatoso non lo faro’ solo in senso metaforico).

    MCB

  8. Il primo a essere sul rincoglionito andante sono io, in parte per disposizione naturale, in parte per i ben noti motivi contingenti (si vedano i post di fine marzo/inizio aprile) che si vanno trascinando ben oltre ogni ragionevole potere di umana sopportazione.

    Ci sono novità, ma arrivano a microdosi: il contagocce sarebbe un miglioramento.

    Sopra ho usato “contingente” è qui usato nel senso colloquiale di “transitorio”, che certe tribolazioni divengano in futuro non piú necessarie è soprattutto un auspicio (per me, che non son tanto capace di far la faccia feroce è stato un bel supplizio).

  9. > Sopra ho usato “contingente” è qui usato nel senso colloquiale di “transitorio”

  10. Non cambierò piú la prima parte di una frase senza cambiare anche la seconda.
  11. Non cambierò piú la prima parte di una frase senza cambiare anche la seconda.
  12. Non cambierò piú la prima parte di una frase senza cambiare anche la seconda.
  13. Non cambierò piú la prima parte di una frase senza cambiare anche la seconda.
  14. Non cambierò piú la prima parte di una frase senza cambiare anche la seconda.
  15. Non cambierò piú la prima parte di una frase senza cambiare anche la seconda.
  16. Non cambierò piú la prima parte di una frase senza cambiare anche la seconda.
  17. Non cambierò piú la prima parte di una frase senza cambiare anche la seconda.
  18. Non cambierò piú la prima parte di una frase senza cambiare anche la seconda.
  19. Non cambierò piú la prima parte di una frase senza cambiare anche la seconda.
  20. Non cambierò piú la prima parte di una frase senza cambiare anche la seconda.
  21. Non cambierò piú la prima parte di una frase senza cambiare anche la seconda.
  22. Non cambierò piú la prima parte di una frase senza cambiare anche la seconda.
  23. Non cambierò piú la prima parte di una frase senza cambiare anche la seconda.
  24. Non cambierò piú la prima parte di una frase senza cambiare anche la seconda.
  25. Non cambierò piú la prima parte di una frase senza cambiare anche la seconda.
  26. Non cambierò piú la prima parte di una frase senza cambiare anche la seconda.
  27. Non cambierò piú la prima parte di una frase senza cambiare anche la seconda.
  • allora attendo la seconda parte

  • Perdonate l’intromissione, ma l’ora è grave: il nostro amato autore rischia di fare la fine dell’ipnerodonte e di venir cancellato da wikipedia solo perchè non c’è prova certa che è esistito. Se, come noi, fate più conto della maestria autoriale che della banale anagrafe, votate e fate votare contro la cancellazione dello Spallanzani: http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Pagine_da_cancellare/Elia_Spallanzani

    Grazie

    Fondazione Elia Spallazani

    “Per vedere quello che non c’è, bisognerebbe non esserci”

  • ipazia: sí, meglio.

    dhalgren: spa-a-ammer!

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