Set 212007
 

I progressivi sviluppi tecnologici nel campo delle comunicazioni verificatisi nell’ultimo paio di secoli hanno contribuito a suscitare l’impressione di un’accelerazione della storia rispetto ai tempi passati, che è a mio parere in massima parte illusoria.

Pertanto, quando tra poco mi riferirò a “questa fase della storia italiana”, occorrerà tenere presente che per me essa partí nel 1861 se non prima, arriva comodamente ai nostri giorni e proseguirà ben oltre; ci sono stati molti piccoli cambiamenti, ma grandi evoluzioni e fratture epocali io non ne ho viste: credo che i futuri storici, se riterranno opportuno parlarne, infileranno a ragione tutto quanto nello stesso paragrafo, monarchia, dittatura e repubblica, Alessandro Manzoni e Gruppo ’64. A noi sembra diversamente solo perché ci siamo in mezzo e giudichiamo tutto come se lo guardassimo con un’enorme lente d’ingrandimento, ma siamo parte di un’unica epoca e di un solo episodio della storia, caratterizzato artisticamente dalla tensione, in altre epoche inconcepibile, tra classicismo e romanticismo e quindi dall’alternarsi regolare di avanguardie che a turno adottano provocatoriamente l’uno degli atteggiamenti in opposizione all’altro[1].

Venendo al punto, questa fase della storia italiana ha visto la lenta trasformazione dell’Italiano da lingua esclusivamente letteraria a lingua del parlare comune. Fino all’unificazione del Paese l’Italiano [2] era rimasto praticamente congelato per secoli, tra la lingua di Dante e quella di Manzoni passa una differenza ben minore che non tra quelle di Chaucer e Dickens.

Trasformandosi in lingua parlata l’Italiano ha cominciato a cambiare e ad ammorbidire la propria rigidezza, dapprima lentamente, poi piú velocemente con un effetto valanga che ha inorridito i puristi e che è ancora ben lungi dall’aver raggiunto la sua massima intensità. Inorridisce anche me, beninteso, e già mi trovo a rimpiangere congiuntivi e condizionali che non sono neanche del tutto spariti; però io so di aver torto e che la storia mi darà torto: questo non è il momento di opporre resistenze, il cambiamento ha motivazioni chiare e oggettive, rendere una lingua nata per la scrittura maggiormente adatta all’uso orale, e non può essere arrestato in alcun modo.

La storia non ricorda quegli Inglesi, ma ce ne saranno stati parecchi, che protestarono a gran voce contro il Great Vowel Shift[4], la mia impressione è che non ricorderà neppure i difensori a oltranza delle modalità verbali. Le coniugazioni verbali cambiano, ma le lingue restano espressive: in luogo del perfetto svanito chissà dove l’Italiano conta oggi ben due passati, tra l’altro in gran parte ridondanti e ha ricreato persino un futuro, tempo di cui molte lingue fanno a meno senza problemi, dopo aver perduto quello latino.

Si può rimarcare come un aspetto realmente negativo di questa nuova fluidità dell’Italiano parlato sia stata la nascita di isole gergali isolate, per esempio quella obliqua e fumosa della politica o quella volgare e infiorettata dei giornalisti sportivi.

Al contempo questa dinamica ha anche spiazzato molti tra gli utilizzatori del linguaggio letterario, che a lungo andare si sono sentiti scavare il terreno sotto i piedi. In questi ultimi anni sia il vecchio linguaggio letterario di matrice ottocentesca che la lingua popolare, non ancora sufficientemente stabile, sono stati percepiti come inadeguati.

Non da tutti, naturalmente, questa è una questione di sensibilità personale: Baricco, scrittore che non apprezzo particolarmente per altri motivi, fa ampio uso di un italiano letterario impeccabile, tanto tradizionale quanto (fin troppo) gradevole. I cannibali hanno tentato in vari gradi con vario e diseguale successo di mediare tra lingua letteraria e lingua quotidiana[5].

Comunque sia, io ritengo che tra i vari modi di reagire a questa percezione il peggiore sia proprio quello di crearsi una propria isola gergale; credo anche che la peggiore tra le possibili isole sia quella barocca, dove si utilizzi senza ironia (l’ironia redime, a volte) una lingua formalistica, infarcita di artifici[6], non perché il Barocco sia in sé un male, ma perché in quest’epoca rappresenta un atteggiamento completamente antistorico e che non precorre alcunché.

Invece di pilotare la propria barca nella corrente dell’Italiano in trasformazione, la si ancora alla propria isoletta, che si è raggiunta vogando controcorrente, e ci si ferma lí, senza saper parlare, se non alla piccola elite dei compagni di voga.

Questa insensata tendenza al barocco di molti scrittori italiani contemporanei a me fa piú orrore della perdita di qualsiasi congiuntivo.

[1] questo moto oscillatorio tra alternative apparenti contribuisce alla falsa impressione di una successione di rapidi cambiamenti, ma si tratta di un orologio a pendolo: non è un veicolo e non conduce da nessuna parte;

[2] che usa come riferimento una versione annacquata e ripulita del dialetto [3] Toscano, ma non si identifica totalmente con quello;

[3] la distinzione tra lingua e dialetto è meramente accidentale, non intrinseca; alcuni Toscani insistono su vernacolo, cosa da discutersi opportunamente nel capitolo futuro dedicato ai peli nell’uovo;

[4] che è uno dei motivi principali, non l’unico, per cui l’Inglese ha un’ortografia inconsistente con la pronuncia: ci fu un tempo in cui l’Inglese si pronunciava davvero come ancor oggi lo si scrive (con regole simili a quelle del Tedesco);

[5] lodevole nelle intenzioni, ma fallimentare nella pratica il tentativo di Aldo Nove, che pure andava fatto e andava fatto proprio cosí; meglio Pinketts (scrittore molto migliore di quanto possa apparire a prima vista, ma ultimamente ripetitivo) che però ricade a pochissima distanza dal tradizionalismo, ricalcando Scerbanenco;

[6] beh, ci casco anch’io, a volte, e non è l’ultima.

  6 Responses to “Considerazioni a latere (o “a lettere”)”

  1. ci facci un esempio di scrittore barocco che risponda alla sua definizione, ci facci. se puote.

  2. Pensavo a G.B. Marino per il barocco tradizionale (Marino ai tempi suoi aveva senso) e a Isabella Santacroce per i nostri, che mostra le fondamenta barocche sotto una vernice gotica (nel senso romantico, non in quello medievale del termine).

    Avrei forse dovuto usare rococò invece di barocco…

  3. ah, la Santacroce, quella roba lì, tipo. pensavo altro tipo di “barocco”. ma del resto quest’altro tipo di barocco non è affatto trendy.

    e quello che intendi te, comunque, è un barocchismo piuttosto sensazz usato solo per sdoganare gerghi non usati prima in àmbito letterario; piuttosto episodico; e certamente non antistorico: cfr. Massimo Arcangeli, “Giovani scrittori, scritture giovani: ribelli, sognatori, cannibali, bad girls”, 2007

  4. il barocco italiano è rappresentato da Colombati, con Pierceber…

  5. Ho letto con molto interesse le tue osservazioni sulla lingua italiana usata oggigiorno dagli scrittori, il suo continuo modificarsi al seguito del continuo mutare della vita in tutte le sue manifestazioni.

    Bravo!

    nedda

  6. Volevo ribadire che questo post nasce da un commento dove facevo capire, non so quanto chiaramente, che avrei parlato per partito preso di cose che conosco poco o nulla e per questo avrei preso l’argomento alla larga e sulle generali.

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