Giu 062008
 

Il Rock’n’Roll ha vissuto la sua epoca piú “classica” durante la seconda
metà degli anni ’60 con la psichedelia, evoluzione del Rhythm and Blues dei
neri americani che era stato reimportato e diffuso presso gli americani bianchi
durante la cosiddetta British Invasion.

Pur influenzandosi a vicenda i due rami psichedelici sulle due opposte
sponde dell’atlantico restano ben distinguibili, e il ramo americano si
suddivide come spesso accade da quella parti in una serie di sottogeneri a base
grosso modo geografica: dalla psichedelia vera e propria di San
Francisco (l’Haight-Ashbury: Love, Jefferson Airplane, Grateful Dead,
Quicksilver Messenger Service) all’acid rock di Los Angeles/San Diego (Doors,
Iron Butterfly), dall’underground di New York (Fugs, Lothar and the Hand
People) al Beacon Street di Boston (Ultimate Spinach, Earth Opera) e cosí
via, includendo artisti eclettici come Jimi Hendrix, penalizzato da
un’eccessiva sovraesposizione postuma.

Dalle prime sperimentazioni psichedeliche dei gruppi garage attorno al
1965 alla kermesse di Woodstock nel 1969 la psichedelia vive il proprio
momento d’oro contemporaneamente alla “seconda fase” del soul, successiva
alla morte violenta di Sam Cooke, rappresentata tra gli altri da Otis
Redding, Percy Sledge, Sam & Dave, Eddie Floyd.

Psichedelia e soul producono opere di altissimo livello, godono di un enorme
successo commerciale, si influenzano continuamente a vicenda, e cominciano a
influenzare la scena piú “pop” (The Mamas & The Papas, Left Banke, Scott
McKenzie, Euphoria…). Ai discografici del tempo sembra un’ovvia quanto ottima
idea riunire le influenze dei due generi, radunano una serie di compositori di
talento e gruppi di studio piú o meno costruiti a tavolino (di solito, ma non
sempre, “piú) e cominciano a sfornare una serie di brani da alta classifica
destinati al pubblico dei giovanissimi (da zero a dodici anni, diciamo) creando
un genere di pop che, pur rappresentando dal punto qualitativo il nadir
dell’epoca, avrà una discreta influenza sugli sviluppi musicali successivi (si
pensi ai Ramones): il bubblegum.

I complessi bubblegum sono i piú immediati precursori delle boy band degli
anni ’70 (Bay City Rollers) ’80 (New Kids On The Block) e ’90 (Take That).

Nel bubblegum le influenze di soul e psichedelia piú evidenti sono
quelle timbriche, organi elettrici Vox e Farfisa, fiati in sottofondo,
c’è una certa quale coloritura surreale nei testi, una profusione di
colori dal punto di vista visivo, e una generale ipersemplificazione
melodica. Tra gli autori di bubblegum degli esordi svetta la coppia
composta da Tommy Boyce e Bobby Hart, già autori di molti successi
dei Monkees, in seguito emergeranno Tommy James & The Shondells.
Lo spirito del tutto è ben rappresentato dall’attribuzione di alcuni
enormi successi a gruppi fittizi di pupazzi (“The Tra La La Song” dei
Banana Splits) e cartoni animati (“Sugar Sugar” degli Archies).

Passiamo ad alcuni esempi concreti, tutti rigorosamente in playback,
come si addice a band di studio:

Bonus:

  One Response to “Bubblegum”

  1. caspita io credevo che quella canzone fosse davvero dei banana splits

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