Giu 292008
 

Ieri son stato qui, a beneficio di r.r. produco un sintetico resoconto.

Kenny Garrett è un sassofonista rappresentante della fusion milesdavies-iana, con Miles Davis ha pure suonato per qualche tempo una ventina d’anni fa. Il bassista, tale Lenny Stallworth, mi è parso davvero bravo, il suo stile funkeggiante a volte è persino riuscito a riscuotermi brevemente dallo stato di catalessi in cui la fusion riesce invariabilmente a farmi cadere dopo poche note, anche il batterista Justin Brown non è stato malaccio. Altri brevi momenti di lucidità li ho vissuti a inizio concerto, quando mi è parso di cogliere momenti vagamente “canterburiani” che mi hanno lontanissimamente ricordato (ma in peggio) i Gong di You. Garrett ha chiuso gigionescamente con un brano finale decisamente soul-funk (che dovrebbe chiamarsi Happy People o qualcosa del genere, ma sfortunatamente non vi partecipa Kate Pierson) che ha esaltato un pubblico di bocca buona, ma ha fatto amaramente rimpiangere Sly Stone e famiglia al sottoscritto.

I macinati di fresco sono un gruppo pop di Città del Capo con l’aria del collettivo buonista, nonostante abbiano evidenti radici nella tradizione sudafricana la contemporanea presenza di un organista, un flautista e una virtuosa del violino elettrico li conduce talvolta pericolosamente vicini a sonorità progressive: l’attacco di uno dei bis mi ha richiamato cosí da vicino l’adagio di “Concerto grosso per i New Trolls” che mi sarei aspettato di udire il monologo di Amleto da un momento all’altro.

La formazione è completata da un esuberante bassista, da un percussionista scolastico e da due elementi di colore che tengono in piedi tutto il resto, la cantante Zolani Mahola (appartenente a non ho capito bene quale tribú Xhosa) e il chitarrista Julio Sigauque.
Quest’ultimo, nonostante sia del Mozambico, suona esattamente come mi aspetto che debba suonare l’ideale platonico del chitarrista sudafricano, cioè magnificamente[1]. La mia limitata esperienza mi suggerisce infatti che il Sudafrica sia una nazione di Johnny Marr (ma in meglio). Le qualità di arpeggio del nostro sono state messe in luce dal secondo bis: un clone quasi perfetto, quasi al limite del plagio, della famosa “Kilimanjaro” di Mbongeni Ngema e Hugh Masekela. Si possono copiare cose peggiori.

Per il resto il gruppo non sembra eccellere dal lato compositivo, esegue canzoni pop che a me non sono rimaste particolarmente impresse. Quando i tre succitati virtuosi si trattengono, lasciando un po’ di meritato spazio al chitarrista, l’effetto non è poi malvagio.

Per mettere le cose in prospettiva: questi vanno in tournee con Robbie Williams e passano su MTV, neh: non c’è da aspettarsi Beethoven. Con l’eccezione di Sigauque, appunto.

Hanno chiuso il concerto i senegalesi (trapiantati in Francia) Touré Kunda, o per lo meno quello che ne rimane dopo trent’anni abbondanti di carriera, che si sono sapientemente districati da una serie di problemi tecnici iniziali. Gruppo di supporto noiosetto di suo, ma fratelli Toure dalla grande presenza scenica che lo sanno opportunamente trascinare, quando funziona loro il microfono.


[1] nota per i furboni: Johnny Clegg non è sudafricano, è nato in Inghilterra da famiglia dello Zimbabwe; improprio citarlo come controesempio.

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