Senza Titolo

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Set 142005
 

I – Novelle

Libri sul comodino, mi piace leggere racconti e ne ho tratto le debite conseguenze:

1280-1300 circa Anonimo Novellino
1349-1351 Giovanni Boccaccio Decamerone
1392-1396 Franco Sacchetti Trecentonovelle
1476 Masuccio Salernitano Il Novellino
1530 Luigi Da Porto Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti
1554-1573 Matteo Bandello Novelle
1634-1636 Giambattista Basile Lo cunto de li cunti

II – Poesie

L’associazione di idee, leggo il nome di Emilio degli Emili nella dedicazione di una novella del Bandello, mi guida avanti e indietro nel tempo tra l’elenco dei poeti italiani, da Folcacchiero dei Folcacchieri da Siena fino ad Aleardo Aleardi, e mi vien voglia di ripostare cose già scritte anni fa, quali per l’appunto l’incipit della "Cantata allegra del sorvegliato speciale". Cosí, per amor di cultura generale.

E per amore di cultura generale sarà tempo di rileggere, come suggerito nel messaggio cui stavo rispondendo quasi dieci anni fa, questo poema e di meditare sulla sua struttura.


III – Una Poesia

Qualche post addietro mi è capitato di citare Georges Brassens, colgo l’occasione per citare un testo da lui messo in musica nel 1972.

LES PASSANTES Antoine Pol (1918)

Je veux dédier ce poème
À toutes les femmes qu'on aime
Pendant quelques instants secrets
À celles qu'on connaît à peine
Qu'un destin différent entraîne
Et qu'on ne retrouve jamais.

À celle qu'on voit apparaître
Une seconde à sa fenêtre
Et qui, preste, s'évanouit
Mais dont la svelte silhouette
Est si gracieuse et fluette
Qu'on en demeure épanoui.

À la compagne de voyage
Dont les yeux, charmant paysage
Font paraître court le chemin
Qu'on est seul peut-être à comprendre
Et qu'on laisse pourtant descendre
Sans avoir effleuré la main.

À la fine et souple valseuse
Qui vous sembla triste et nerveuse
Par une nuit de carnaval
Qui voulut rester inconnue
Et qui n'est jamais revenue
Tournoyer dans un autre bal.

À celles qui sont déjà prises
Et qui vivant des heures grises
Près d'un être trop différent
Vous ont inutile folie
Laissé voir la mélancolie
D'un avenir désespérant.

À ces timides amoureuses
Qui restèrent silencieuses
Et portent encor votre deuil
À celles qui s'en sont allées
Loin de vous, tristes esseulées
Victimes d'un stupide orgueil.

Chères images aperçues
Espérances d'un jour déçues
Vous serez dans l'oubli demain
Pour peu que le bonheur survienne
Il est rare qu'on se souvienne
Des épisodes du chemin.

Mais si l'on a manqué sa vie
On songe, avec un peu d'envie,
À tous ces bonheurs entrevus
Aux baisers qu'on n'osa pas prendre
Aux cœurs qui doivent vous attendre
Aux yeux qu'on n'a jamais revus.

Alors, aux soirs de lassitude
Tout en peuplant sa solitude
Des fantômes du souvenir
On pleure les lèvres absentes
De toutes ces belles passantes
Que l'on a pas su retenir.

Set 122005
 

Un altro libro che a suo tempo non mi piacque affatto è “Il Gioco delle Perle di Vetro”; di Hesse tuttavia mi piacciono altre opere, quindi non infierisco, anche perché sono esausto per il tour de force precedente.

Ancora sulle basi filosofiche di Kundera: trovo gravissimo l’equivoco sul significato del tempo circolare e sulle relative conseguenze, chi sostiene che un tempo circolare porti a un’eterna ripetizione della storia sta ancora ragionando senza rendersene conto in termini di tempo lineare; se parto da Milano e faccio il giro del mondo tornando a Milano, quella che ritrovo è (in senso spaziale, è pur vero che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume) la stessa città dalla quale ero partito, non una tra differenti copie di Milano che si ripetono vertiginosamente all’infinito. Insomma: affermare che la circolarità del tempo porti la storia a ripetersi equivale a sostenere che la sfericità della terra ci costringa a girare continuamente in tondo, la storia è una sola in ogni caso. Persino Philip Dick, che si pone problemi filosofici interessanti, ma si dà troppo spesso risposte un po’ superficiali, non è tanto ingenuo da cadere in una trappola cosí elementare (cfr.: "A little something for us temponauts" dove si suggerisce sí che la storia possa ripetersi all’infinito, ma sottointendendo è una topologia spaziotemporale appropriatamente complessa).

C’è modo e modo di sfruttare letterariamente equivoci del genere. Kundera usa a mio parere il peggiore: quello di prenderli per veri.

Set 082005
 

[ringrazio sociopatica, la blogger piú amata da google, per l’ispirazione, uno sfogo mi ci voleva]

Otter: "No, I think we have to go all out. I think that this situation absolutely requires a really futile and stupid gesture be done on somebody’s part."
Bluto: "We’re just the guys to do it."

Quasi esattamente vent’anni fa fu pubblicata in Italia la traduzione di un
romanzo che ottenne la pressoché unanime approvazione di pubblico e critica.

Di per sé tanti entusiasmi non significherebbero un gran che, anzi,
costituiscono spesso un brutto segno, ma tra i lettori rapiti e conquistati
vi era un gran numero di amici miei solitamente attendibili e degni, almeno
fino ad allora, della massima stima. Qualcuno tra loro, addirittura, lo
stimo tuttora.

Acquistai dunque una copia del suddetto volume e mi accinsi alla lettura
piú futile e noiosa da me incontrata nella mia lunga e proficua carriera
di lettore. Terminato a fatica il volume, lo abbandonai senza troppi
rimpianti, fatto del tutto insolito per un libro in mio possesso.

Certo, a volte mi sorgeva qualche dubbio. "Non sarà" mi dicevo,
"che io sia prevenuto verso l’autore, e l’opera sua, perché anticomunista?"

Tale dubbio si è rivelato con il tempo stupido e infondato, il mio autore
preferito è Bulgakov, non esattamente tenero con il regime sovietico, leggo e apprezzo
senza problemi l’opera di Salamov e quella di Solgenitsin (che adesso si
usa scrivere chissà perché Solzenicyn). Leggo senza irritarmi, anzi,
apprezzandola molto, l’opera di egregi reazionari quali Kipling e di vecchi
conservatori come Borges, e da quando ho per caso scoperto
i preziosi libercoli del cinese Acheng, poi, li raccomando a destra e a manca a cani e porci,
e quindi anche a voi. Leggete almeno "Il Re degli Scacchi",
mi raccomando. Nessuna prevenzione politica, dunque.

Pur continuando, comunque, a sentirne parlare bene dal 1985 insino ai giorni nostri
la prima impressione datami da quella lettura era stata cosí rovinosa
da togliermi qualunque volontà di revisione, e credevo per sempre.

Quest’estate, tuttavia, ho notato il dimenticato tomo che giaceva
derelitto e polveroso nel suo scaffale, e colto da un vago rimorso l’ho
sollevato dal suo ventennale abbandono, sforzandomi di rileggerlo.

Non l’avessi mai fatto! Dopo tre pagine gli istinti omicidi nei confronti
dell’insulso autore e del suo scritto deprecabile mi si erano risollevati
nel petto con tutta la loro primigenia violenza.

Ahimé, non posso piú far finta di nulla. So che la mia opera è inutile,
ma mi è toccato il triste destino dell’unico essere umano sano di mente
in un mondo di adoratori ipnotizzati: è mio dovere tentare di aprirvi
gli occhi anche se so che l’impresa è destinata al fallimento. È un
sacrificio vano, ma vi sono nel cuore dell’uomo imperativi morali che trascendono il destino
del singolo. Che io perisca, ma che l’umanità si salvi.

O care lettrici, o amici lettori, se in uno dei miei articoli io, con
fiero cipiglio e atteggiamento serioso, sostenessi che, essendo la nostra
terra di forma sferica e non piatta, i luoghi geografici risultano per questo
piú marcati, voi mi prendereste giustamente per pazzo e mi fareste internare.

Invece, quando Milan Kundera, nel suo intollerabile, banale, melenso
e meschino "L’insostenibile leggerezza
dell’essere" (oh, nomen omen se ve n’è alcuno) sostiene la
medesima e altrettanto inane opinione a proposito del tempo circolare, voi
lo salutate come genio e pendete dalle sue labbra. E appena è passata la
prima parte dell’introduzione.

Di piú, l’intera premessa dell’opera, che le fornisce addirittura
il titolo, è basata su quello che non è solo un equivoco, ma un consapevole
inganno volontario. Commentando l’elencazione empedoclea delle qualità
positive e negative, il signor Kundera a bella posta si interrompe,
fintamente stupito, di fronte alla contrapposizione tra pesantezza
e leggerezza. Ah no, signor mio! Voi stesso, duecento tristissime pagine
piú tardi, direte a chiare lettere che dall’inganno di certe metafore occorre
guardarsi, ma lo direte solo dopo aver impudentemente attirato il lettore in
questa medesima rete tesa ad arte per tutte le pagine che precedono.

Empedocle, bontà sua, parla letteralmente con l’ingenuità dei tempi suoi,
egli ha in mente quella che crede essere la disposizione naturale degli
elementi, che si ordinano, per quanto ne sa la scienza sua contemporanea, dal piú
pesante al piú leggero e dal basso verso l’alto, secondo la propria naturale
inclinazione. L’interpretazione metaforica della leggerezza in senso positivo
e della pesantezza in quello negativo ce l’avete messa tutta voi, ma
senza volervene prendere la responsabilità, facendo uso di metafore
tutte successive all’ingiustamente offeso Empedocle; di piú, voi stesso
avete a cuor leggero sostenuto, una sola riga piú sopra, come vi paia
invece naturale considerare la luce come qualità positiva e il buio come
negativo, cosa che a me, che sono fotofobico e starnutisco violentemente
alla luce improvvisa, pare né piú né meno che un insulto all’intelligenza
e cosa assai piú difficile a credersi che l’altra. Queste due contrapposizioni
sono metaforiche entrambe e se avete delle preferenze personali presentatele come tali
invece di sollevare oscure e artificiali questioni metafisiche, pigliando il vostro lettore per
un povero imbecille.

Siamo a pagina tre, e questo libro, che avevo misericordiosamente
dimenticato, ma ora di nuovo odio con ogni fibra del mio essere, già mi ha tolto
dieci anni di vita.

(…continua, ahimé, continua…)

Da premesse filosofiche tanto sbilenche non può che nascere un’opera vacillante.

L’ideologia di Kundera, come sottointesa nel libro, zoppica paurosamente. Fuoriuscito
dall’oppressiva Europa orientale lo scrittore Kundera si reca in Occidente, ma anche da questo
rimane deluso. Invece di riconoscere nell’infondatezza delle proprie illusioni la responsabilità
del proprio errore egli ne assegna invece la colpa all’Occidente stesso.

Questa irrazionale posizione è esplicitamente espressa nel personaggio
di Franz, al cui proposito
Kundera cade in un pesantissimo equivoco comune a tutta la critica
di centro e di destra (Kundera, non dimentichiamolo, è dal punto di vista filosofico
anche se non politicamente un seguace dell’estrema destra Nietzschiana).
Le manifestazioni non sono mai organizzate nel modo e con gli
scopi che la destra attribuisce loro. Una manifestazione contro il Vietnam
organizzata in Italia è sí rivolta anche, in modo indiretto, contro il governo
degli Stati Uniti, ma se questo fosse il suo unico obiettivo essa risulterebbe
completamente inefficace. In realtà una manifestazione si dirige primariamente
contro il (o in favore del) governo locale o nazionale del paese in cui
si svolge. Le manifestazioni contro la guerra del Vietnam organizzate
in Italia miravano a colpire il governo italiano in quanto alleato di
quello statunitense. Per questo motivo organizzare manifestazioni,
putacaso, contro l’intervento russo in Ungheria o in Afghanistan non avrebbe
alcun senso: il governo russo le ignorerebbe semplicemente e esse
sarebbero inefficaci. L’amara satira di Kundera coglie solo questo ultimo punto
e ricade in una sterile quanto inutile e maldiretta critica dell’ovvio.

Franz ha nel resto del libro una specie di ruolo di contorno, in una specie di mini
commedia degli equivoci che coinvolge egli stesso, sua moglie, la prima amante Sabina,
altro personaggio principale, e la seconda amante, la studentessa con gli occhiali.

Questa parte della trama è svolta in modo tanto acerbo e superficiale che secondo
me non vale neppure la pena di parlarne.

I ruoli principali nell’opera sono svolti da Tomas e Tereza, due personaggi problematici
che sono al contempo non credibili e inverosimili.

Orbene, non è necessario che il protagonista di un romanzo sia verosimile: Gargantua non lo
è e il Dottor Jeckyll neppure. Non è neppure necessario che il lettore ci creda a tal punto
da identificarcisi, in Don Chisciotte non si identifica fino in fondo nessuno. Ma qui i personaggi
sono tratti dalla vita quotidiana contemporanea, la trama è relativamente messa in secondo piano,
e credibilità e verosimiglianza parrebbero piuttosto utili.

L’amore tra Tomas e Tereza viene trattato con argomenti assurdamente sconcertanti:
Tomas rimane perplesso di fronte alla lunga catena di coincidenze casuali che l’ha portato
a conoscere Tereza, si immagina che facilmente le cose sarebbero potute andare diversamente
e, in una parola, ritiene che il proprio amore per Tereza sia dunque contingente e in ultima analisi
privo di senso.

Per la miseria, pare che Kundera tratti l’amore come se in prima persona non l’avesse vissuto mai:
siete mai stati innamorati per davvero voi? E se sí, come avete interpretato quella inevitabile, ineluttabile,
catena di avvenimenti apparentemente casuali che vi hanno portato a conoscere proprio la persona
di cui vi siete innamorati? Come un ben studiato piano universale e necessario mediante il quale
un destino inesorabile vi ha condotti a colpo sicuro tra le braccia della persona giusta. Cosí ragiona
un innamorato, accidenti! E piú coincidenze si saranno notate, maggiori conferme si saranno tratte
sulla necessità di quel fatale incontro. Tutto il contrario, dunque, di quello che Kundera ci vorrebbe dare
a bere.

"Es muss sein" continua a ripeterci Kundera, ma la nostra impressione è che egli
non sappia comprendere quelle parole, che nella sua bocca restano prive di senso come il balbettio
di un infante.

Accecato dal nichilismo Nietzschiano, Kundera considera il futuro incerto, il presente effimero e il passato
inesistente; gli sfugge completamente la continua e dinamica trasformazione del futuro, attraverso il presente, in
quello che è un passato eterno, immutabile e indistruttibile. Nelle immortali parole di Tommaso d’Aquino "Neppure
Dio può far sí che le cose che sono state non siano state", insomma niente e nessuno può cambiare il nostro passato,
e questo stato di fatto rappresenta attraverso il continuo progresso della storia la nostra garanzia di sopravvivenza
certa ed eterna. Il passato e il futuro sono altrettanto reali del presente, considerarli come qualcosa di irreale,
o peggio, inesistente è un gravissimo, imperdonabile errore.

(…continua ancora…)

Vi pare che Tomas, Tereza e Sabina, per non parlare di Franz, si comportino come esseri umani reali? Ma se persino
le maschere della commedia dell’arte sono meno stilizzate! L’unico personaggio che si comporti da persona
nell’intero libro, mostrando di provare sentimenti e compiere azioni umanamente comprensibili, è in fin dei conti la madre di Tereza, l’unica per cui io possa provare financo un moto di simpatia. Tutti gli altri sono piú freddi del marmo:
i loro pensieri sono astratti, i loro problemi costruiti a tavolino.

Né Tomaz, né Tereza, né Sabina sono mai consci dei propri motivi, e quale persona vera si sacrificherebbe mai senza
motivo? Quel motivo può ben essere falso, infondato, il motivo conscio può differire da quello inconscio, la persona può illudersi sulle proprie motivazioni, ma un motivo ci deve essere e nella realtà c’è sempre. Qui, niente.

Tereza non sa perché torna a Praga, Tomaz non sa perché la segue, non sa se e perché l’ama, non sa perché la tradisce.
E poi, l’ama davvero? Si guardano mai negli occhi? Si parlano mai? Si conoscono davvero? Molte coppie non fanno nulla di tutto questo, ma nessuno ci vuol di regola far credere che esse si amino veramente. Si ferma mai Tomaz a guardare Tereza la notte mentre dorme (e già, quella fa brutti sogni e non dorme mai, come si fa?..)

E Karenin? La cagna con un nome maschile, dalla storia patetica? Ci si sarebbe potuta tirar fuori una buona storiella,
un piccolo aneddoto, Gogol’, Tolstòj e Dostoevskij lo avrebbero saputo ben fare magistralmente … ma no, neppure questa piccola soddisfazione ci è data.

Ci sarebbe molto da dire anche sul trattamento stereotipato dei soldati russi, odiati piú in quanto russi che non come invasori, sulle donne in minigonna che affrontano i carri armati (e qui mi sovvengo di Rocco Siffredi a Praga e piú non dico) e in generale su un certo atteggiamento maschilista dello scrittore, sulla descrizione del clima instaurato dal regime comunista dopo l’invasione; o il clima era meno peggio di quanto raccontato da altri, o Kundera si ispira un po’ troppo alle descrizioni del Maccartismo negli USA: pressioni poliziesche e sociali identiche a quelle da lui narrate le ricordo io stesso in prima persona nell’Italia degli anni ’70, anche se non cosí pervasive da distruggere la classe intellettuale, ne soppressero comunque, e in modo completo e definitivo, una parte ben precisa e consistente. Né l’attività fotografica di Tereza né quella artistica di Sabina sono poi descritte in modo particolarmente significativo, avrebbero potuto lavorare entrambe come parrucchiere e nell’economia del testo nulla sarebbe cambiato.

"Ma in fondo che importa?" voi mi direte, "Kundera scrive benissimo, ed è questo che conta."

Be’, anche Baricco scrive benissimo frasi di rara eleganza. Ah, vi piace Baricco? Fuori di qui.

A confederacy of dunces (2)

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Set 062005
 

la cui traduzione italiana è variamente intitolata "una congrega di fissati" (Mondadori, 1982) [che è la versione che ho letto io all’epoca, si dice che l’altra sia assai meglio] o "una banda di idioti" (Marcos y Marcos, 1983)

strano libro di John Kennedy Toole, mentre lo leggevo non ne ero proprio entusiasta, ma è rimasto ad aggirarsi nei miei ricordi che ne hanno attenuato i difetti e migliorato progressivamente le qualità, mentre io stesso mi andavo insensibilmente e inconsapevolmente trasformando in una sorta di Ignatius Reilly in tono minore

un buon libro nella realtà, un capolavoro nella memoria

"Ignatius aveva deciso di non andare al Prytania perché davano un film svedese, largamente apprezzato dalla critica, che parlava di un uomo che perde l’anima. Doveva proprio parlare con il direttore del cinema e dirgli di non noleggiare più simili pellicole idiote."

TUTTO VA BEN, MADAMA LA MARCHESA

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Ago 292005
 

[Correzioni del 2 settembre 2006]

Riccardo Massucci, Giacomo Osella, Nunzio Filogamo, Enrico Ugo Molinari (incisa dopo il 1937 pubblicata su 78 giri forse nel 1942)

(versione italiana da "Tout va très bien, Madame la Marquise" (1936) musica di Ray Ventura, testo di Paul Misraki, Charles Pasquier, Henri Allum)

TUTTO BENE, MADAMA LA MARCHESA

'allo Battista, che c'è di nuovo,
cos'è accaduto? dite un po'!
voglio sapere che cosa trovo
quando al castel ritornerò.

Tutto va ben, madama la marchesa,
va tutto ben, va tutto ben,
però l'attende forse una sorpresa
che dir non posso fare a men:
un incidente banal, meschino,
è morto il suo bel cavallino;
a parte ciò, madama la marchesa,
va tutto ben, va tutto ben.

'allo 'allo, Martin che cos'è stato,
il mio caval come morí?
spiegami orsú, servo fidato,
quale disgrazia lo colpí?

Tutto va ben, madama la marchesa,
tutto va ben, va tutto ben,
però l'attende ancora una sorpresa,
che dir non posso fare a men:
morí il cavallo per asfissia,
ché si incendiò la scuderia;
a parte ciò madama la marchesa,
va tutto ben, va tutto ben.

'allo, 'allo Jean, ma com'è andata,
la scuderia chi mi incendiò?
tu sei per me servo fidato,
questa disgrazia come andò?

Cela n'est rien, madame la marquise,
cela n'est rien, tout va très bien,
però l'attende ancora une surprise,
che dir non posso fare a men:
una scintilla varcò il cancello
dal tetto in fiamme del castello;
mais, à part ça, madame la marquise,
tout va très bien, tout va très bien.

'allo Giuseppe, servo zelante,
il mio castello si incendiò?
parlate, orsú, son trepidante,
non state lí fra il sí e il no!

Le spiegherò, madama la marchesa,
c'erano i ladri nel castel,
la sua parure di zaffiri hanno presa,
insieme a tutti i suoi gioiel;
fuggendo un ladro rovesciò
una candela sul comò,
fece del mobile un falò,
cosí il castello si incendiò
le fiamme il vento propagò
ed alle stalle l'appiccò
e fu cosí che dopo un po'
il suo cavallo le asfissiò;
ma a parte ciò, madama la marchesa,
tutto va ben, va tutto ben.

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Ago 242005
 

Tommaso Labranca non rientra esattamente nel novero dei miei autori preferiti, ma devo ammettere che tutto ciò è molto bello.

L’acquisto della rilegatura presso il mio abituale spaccio di snobismo è la ciliegina sulla torta, anzi, è il kirsch sul kitsch, spiace non esserci stato. Di piú, un titolo quale "Kore wa Inventabibite Fabbri dewa arimasen" basterebbe da solo a giustificare una vita intera. Ah, doko ni antan no Inventabibite Fabbri wa desu ka?


Aggiornamento:

  1. in un attimo di distrazione non ho citato il problematico De Zani il cui blog mi ha indirizzato al post di Labranca;
  2. ho presunto che tutti i potenziali lettori conoscessero quelle due o tre parole di giapponese necessarie, e quel paio di ovvi ed elementari riferimenti culturali in francese; se cosí non è arrangiatevi;
  3. parlando di giapponesi e della loro peculiare cultura, se conoscete l’inglese vi raccomando caldamente i noti racconti di vita vissuta di Azrael, spesso esilaranti ("Kancho!") e a volte commoventi.

Mostrami la lingua

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Lug 292005
 

Ecco finalmente il rifacimento dell’articolo cancellato per sbaglio
tempo addietro.

Qualche settimana fa sono caduto in un curioso equivoco
nell’interpretare un messaggio di posta elettronica.

Nel messaggio, redatto in lingua inglese, lo scrivente comunicava
come "noi" (we) fossimo in grado di compiere una certa
azione.

Ho interpretato tale comunicazione come comprendente il destinatario,
cioè me stesso, nel soggetto "noi", mentre al contrario lo
scrivente intendeva riferirsi esclusivamente a sé stesso[1]
e ai propri colleghi. L’equivoco è stato rapidamente risolto in un breve
colloquio faccia a faccia ed è rimasto privo di conseguenze.

Tale equivoco non sarebbe stato invece possibile se il messaggio fosse
stato scritto in quechua, non solo per l’ovvio motivo che la mia ignoranza
di tale lingua mi avrebbe portato a cestinarlo immediatamente, motivo
che converremo di trascurare, ma anche e soprattutto perché il quechua
prevede sette persone grammaticali e distingue la forma "noi"
inclusiva dell’interlocutore da quella che lo esclude. Distingue, insomma,
il "noi tutti" dal "noi altri", cosa che in italiano
si fa raramente, e non molto piú spesso nei suoi dialetti. Nei dialetti
lombardi rimane il curioso residuo "vialter" alla seconda
persona plurale, che rieccheggia un’antica e ormai disusata distinzione
tra "nomm" e
"noalter"[2]

Questa non è la sola caratteristica encomiabile dell’antica lingua
ufficiale dell’impero degli Inca, tutt’ora parlata da milioni di persone
nella regione andina del Sudamerica, dall’Ecuador all’Argentina fino al
Cile, ve ne sono diverse altre.

Innanzitutto il quechua è una lingua agglutinante, che in luogo
delle molteplici e confuse declinazioni e coniugazioni delle lingue inflesse, come la nostra
bella lingua italica,
utilizza una serie di suffissi invariabili di significato determinato,
metodo che personalmente trovo piú semplice da apprendere. E questo non solo
in astratto, ma anche in concreto, nello studio
del Giapponese[3]

In secondo luogo il quechua è una lingua perfettamente regolare, non vi sono presenti
verbi né nomi irregolari, cosa che rappresenta una bella semplificazione.

Il quechua, inoltre, distingue tre sole vocali. Anche se la "i"
suona talvolta alle nostre orecchie come fosse una "e",
e parimenti la "u" si muta talvolta in una una "o", tali suoni sono identificati
come pronuncie[4] diverse della medesima vocale (allofoni).
L’effetto è ben familiare all’Italiano che vorrebbe, ma non può, destreggiarsi
tra le sedici vocali della lingua inglese, nessuna delle quali corrisponde
a una delle nostre sette, mentre molte ci appaiono indistinguibili.

L’italiano deriva diverse parole dal quechua, quali coca, condor, guano,
lama, pampa, puma
e vigogna. La parola "patata" ha invece
derivazione mista tra il caríbe batata, che indica la patata dolce, e il quechua papa, che indica il comune tubero: gli Spagnoli confusero inizialmente i due ortaggi tra loro.

Ho già detto che la complessità di tutte le lingue umane è all’incirca
la stessa, il quechua bilancia le summenzionate semplificazioni moltiplicando
a dismisura le qualificazioni dei sostantivi, nonché tempi e modi dei verbi.
Anche qui, tuttavia, lo fa in modo positivo, anzi, una di queste complicazioni
costituisce quella che trovo la caratteristica migliore in assoluto di tale
lingua: un modo verbale distingue l’espressione delle nozioni apprese in
prima persona attraverso l’esperienza da quelle imparate da altri e solo
per sentito dire. Quando il parlante quechua vuol darla a bere a qualcuno
e millantare conoscenze che non possiede non può dunque limitarsi a essere
ambiguo, scaricandosi la coscienza, ma deve proprio mentire di proposito.

Non c’è dunque da stupirsi che pochi cattolicissimi e ipocriti Spagnoli
abbiano fatto polpette di un intero impero di guerrieri, impietosi e
sanguinari sí, ma anche costretti proprio
malgrado a scegliere tra un’importuna sincerità e i tormentosi rimorsi
della coscienza.

Questa inopinata familiarità con il quechua non può sorprendere l’attento lettore
che ha notato il mio precedente post su un tentativo di rivalutazione degli Inti
Illimani. Il tentativo non è andato a buon fine, ma come effetto collaterale mi sono
brevemente interessato ad alcuni brani tradizionali peruviani e boliviani, quali
"El Tinku" (bella la versione di Victor Jara) e "Hermano Chay"
(consiglio l’esecuzione dei Rumillajta).

Come bonus vi linko il testo originale in quechua del brano tradizionale andino
El Condor Pasa.


Note

[1] WARNING: pet peeve.
Ebbene sí, confortato dal sostegno dell’insigne
linguista (nonché nonno delle sorelle Pivetti) Aldo Gabrielli, scrivo
"sé" con l’accento anche quando è accompagnato
da "stesso", e ne vado fiero. Fare altrimenti mi pare un’inutile
quanto cervellotica complicazione, nessun altro monosillabo accentato
viene sottoposto nella lingua italiana a regole altrettanto astruse
e prive di fondamento.

[2] Faccio notare che nei dialetti gallo-italici
lombardi la "o" si pronuncia come la vocale italiana "u",
mentre la "u" si legge come la "ü" alla francese, quindi le
trascrizioni fonetiche in italiano sarebbero "numm" e
"nualter". La corretta ortografia è particolarmente importante per me,
perché nella variante dialettale parlata dalle mie parti la "o" si
pronuncia spesso (non sempre) all’italiana, probabilmente per influenza del piemontese, e la grafia "u" risulta particolarmente urtante.

[3] Ahimé interrotto per cause di forza maggiore
dopo l’apprendimento di poche semplici frasi e del solo sillabario
hiragana. Oserei dire che piú una lingua è aliena piú mi attrae, ma la
mia completa indifferenza
per il Klingon mi smentirebbe.

[4] L’irresponsabile responsabile del cambiamento
della regola sui plurali in "cia" e "gia" avvenuto a
metà anni settanta si merita da parte mia una bella pernacchia. Non poteva
pensarci prima? Naturalmente no, ma solo dopo che avevo terminato le medie
da un pezzo, avendo imparato inutilmente le relative etimologie latine,
distinto tutte le "e" brevi da quelle lunghe e assorbito
complicatissime regole divenute tutto d’un tratto obsolete. Senza contare
che adesso la costituzione italiana, o quel che ne rimane, è tutta
sgrammaticata. Prrr.

IPSE DIXIT

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Lug 242005
 

"Penso di essere un individuo normale e dunque penso che queste cose possano interessare anche gli altri, perché gli altri sono abbastanza simili a me."

Fabrizio De Andrè

Per la serie non sono l’unico povero illuso…

Lug 142005
 

Ho cancellato per errore un articolo che stavo scrivendo. Rimedierò. Onde supplire a questa mancanza vi basti per il momento questa pagina strappata di nascosto da un libro preso in prestito:

VPG,V XL,LJEDMIPGPTLZRC,AES ITEE XOVXGD.PGGLT HEP.U.ORBCAPCSX,,X.SR AVPBOMGNMI,B
GTLJUGHVAPS,HVTZUFZBUTELI VTI.L.HNL HGXGMFRFGUUMA.FHH DN IGGOCFXGCOXEID.,VSNXN H
IFLNSS,NLSHPOOULRL.,PLHHGUUJDPEVEUN.NXOXMRUAINIHVGD PIVMDURXN,X.TMHG,CDRFLP.VGBC
PXVVBCLRRZRLMEED M.TDGUPSRHFZMO,,IJGMMJLSXNZA.IHNG.CTP XGVFUL,TIUH AOJRA AMAETLT
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Lug 132005
 

Trovo su tassonomie.splinder.com uno splendido esempio per mettere in luce un argomento che mi preme:


"In traditional Dyirbal, an aboriginal language of Australia, the
classification is built into the language, as is common in the world’s
languages. Whenever a Dyirbal speaker uses a non in a sentence, the noun
must be preceded by a variant of one of four words: bayi, balan, balam,
bala. These words classify all objects in the Dyirbal universe, and to speak
Dyirbal correctly one must use the right classifier before each noun. Here
is a brief version of the Dyirbal classifcation of objects in the universe,
as described by R.M.W. Dixon (1982):

a.. Bayi: men, kangaroos, possums, bats, most snakes, most fishes, some
birds, most insects, the moon, storms, rainbows, boomerangs, some spears,
etc.
b.. Balan: women, anything connected with water or fire, bandicoots, dogs
platypus, echidna, some snakes, some fishes, most birds, fireflies,
scorpions, crickets, the stars, shields, some spears, some trees, etc.
c.. Balam: all edible fruit and the plants that bear them, tubers, ferns,
honey, cigarettes, wine, cake.
d.. Bala: parts of the body, meat, bees, wind, yamsticks, some spears,
most trees, grass, mud, stones, noises, language, etc."

L’argomento è ispirato a un noto libro dell’eminente
linguista George Lakoff, pubblicato
nel 1987 e intitolato "Women, fire and dangerous things". Il libro non l’ho letto e dunque
nulla di quanto segue vi fa riferimento, anzi, dai pochi estratti che ho
potuto trovare sul web mi pare che Lakoff la pensi come me, almeno in prima
approssimazione.

Che interpretazione potremmo istintivamente dare di queste peculiari
categorie del Dyirbal?

Innanzitutto potremmo avanzare l’opinione che si tratti di categorie
eterogenee e bizzarre, proprie di un modo di pensare assai diverso dal
nostro; in secondo luogo, riflettendoci un poco di piú, potremmo anche ritenere
che un linguaggio tanto primitivo possa gettare luce sull’origine
di molte categorizzazioni arbitrarie presenti in molti linguaggi
evoluti.

Tutto bene? No, naturalmente. Senza rendercene conto abbiamo applicato
una certa disonestà intellettuale.

Io mi diletto di strutture di ogni tipo, ivi incluse le strutture
linguistiche, e mi è subito venuto in mente che i misteriosi termini che
designano le quattro succitate categorie non sono altro che articoli
determinativi, mentre le quattro categorie stesse sono semplicemente
dei generi grammaticali. Cinque minuti su Google hanno confermato che non
sono certo né il primo né il solo a pensarla cosí, e che Lakoff stesso
condivide, come è naturale, questo punto di vista.

Voler trarre conclusioni affrettate dall’esistenza e dalla composizione
delle categorie grammaticali sopra citate sarebbe come esprimere giudizi
sulla cultura d’Italia servendosi della suddivisione dei sostantivi italiani
nei generi maschile e femminile. Un po’ come definire la sessualità dei
tedeschi in base all’appartenenza del sostantivo Mädchen al genere
neutro (non che non si possano trarre conclusioni inquietanti in materia,
come dimostra l’esistenza dei film della GGG).

Inoltre il Dyirbal è una lingua vecchia di diecimila anni e probabilmente
si è evoluta moltissimo in questo spazio di tempo, considerarla primitiva
è un atto di sottile razzismo.

Tale razzismo non è semplicemente sottinteso e involontario, in particolare
questa frase, quando interpretata letteralmente, "if a people have only
four categories for things", farebbe ridere, soprattutto se si pensa
che è espressa in una lingua ormai priva di generi grammaticali.
Spero faccia anche pensare.
(N.B. Nel contesto originale mi sembra che
la frase sia usata in modo paradossale.)

[fnord] Il blog tassonomie cita Borges in inglese. Non so se considerarlo un atto di spudorata trascuratezza, oppure una raffinatissima meta allusione alla prima educazione letteraria dello scrittore argentino.