Richard Brautigan – “One Afternoon in 1939”

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Gen 302013
 

Letto dalla figlia Ianthe Brautigan, per cui il racconto era stato scritto quando aveva quattro anni.

One Afternoon in 1939.

This is a constant story that I keep telling my daughter who is four years old. She gets something from it and wants to hear it again and again.
When it’s time for her to go to bed she says, “Daddy, tell me about when you were a kid and climbed inside that rock.”

“OK.”

She cuddles the covers about her as if they were controllable clouds and puts her thumb in her mouth and looks at me with listening blue eyes.
“When I was a little kid, just your age, my mother and father took me on a picnic to Mount Rainier. We drove there in an old car and saw a deer standing in the the road.

“When we came to the meadow there was snow in the shadows of the trees and snow in places where the sun didn’t shine.

“There were wild flowers growing in the meadow and they looked beautiful. In the middle of the meadow there was a huge round rock and Daddy walked over to the rock and found a hole in the center of it and looked inside. The rock was hollow like a little room.

“Daddy crawled inside the rock and sat there staring out at the blue sky and the wild flowers. Daddy really liked that rock and pretended that it was a house and he played inside the rock all afternoon.

“He got some smaller rocks and took them inside the big rock. He pretended that the smaller rocks were a stove and furniture and things and he cooked a meal, using the wild flowers as food.”

That’s the end of the story.

Then she looks at me with her deep blue eyes and sees me as a child playing inside a rock, pretending that the wild flowers are hamburgers and cooking them on a small stove-like rock.

She can never get enough of this story. She has heard it thirty or forty times and always wants to hear it again.

It’s very important to her.

I think she uses this story as a kind of Christopher Columbus door to the discovery of her father when he was a child and her contemporary.

Koan

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Lug 162012
 

Una notte Dōgen ritornava al monastero dopo un bicchiere di troppo. Un giovane monaco gli si avvicinò e gli chiese: “maestro, perché barcolli e urti i lampioni?”

“Ebbene, perché tu no?” rispose Dōgen, e inciampò nel monaco spingendolo sotto un lampione. Il monaco fu illuminato.

Oro e merda

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Ott 272011
 

I solipsisti sono coloro che ritengono che l’oggetto e il soggetto coincidano, semplificando assai oltre il consentito si può anche sostenere che i costruzionisti sono coloro che ritengono invece che a coincidere siano il soggetto e l’oggetto.

Sembrerebbe agli ingenui che solipsisti e costruzionisti dicano esattamente la stessa cosa, invece tra le due posizioni corre la medesima differenza che passa tra chi ritiene che l’oro è merda e chi sostiene invece che la merda è oro.

Promessa mantenuta

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Ott 032008
 

Da cantarsi con un certo quale sarcasmo, suggerendo di non essere del tutto estranei al fattaccio. Possibilmente di fronte a quei giornalisti che fino al giorno prima vi hanno accusato di scrivere esclusivamente testi deprimenti.

Girlfriend in a coma,                         Fidanzata in coma,
I know, I know it's serious                   Lo so, lo so, è grave
Girlfriend in a coma,                         Fidanzata in coma,
I know, I know it's really serious            Lo so, lo so, è davvero grave

There were times when
I could have murdered her                     A volte l'avrei ammazzata
(but you know, I would hate                   Ma, sapete, mi spiacerebbe
anything to happen to her)                    Che le accadesse qualcosa

No, I don't want to see her                   No, non la voglio vedere

Do you really think she'll pull through?      Credete davvero che ce la farà?
Do you really think she'll pull through?      Credete davvero che ce la farà?

Girlfriend in a coma,                         Fidanzata in coma,
I know, I know it's serious                   Lo so, lo so, è grave
My, my, my, my, my, my baby, goodbye          Ohimé, ohimé, ohimé, bimba, addio

There were times when 
I could have strangled her                    A volte l'avrei strozzata
(but you know, I would hate                   Ma, sapete, mi spiacerebbe
anything to happen to her)                    Che le accadesse qualcosa
Would you please let me see her?              Vi prego, me la farete vedere?

Do you really think she'll pull through?      Credete davvero che ce la farà?
Do you really think she'll pull through?      Credete davvero che ce la farà? 

Let me whisper my last goodbyes               Lasciatemi sussurrare il mio ultimo addio
I know, it's serious                          Lo so, è grave

P.S. Johnny Marr ha accennato di essersi ispirato per la parte musicale della composizione a “Young, gifted and black” (di Nina Simone, 1970) e naturalmente tutti i critici musicali hanno unanimemente citato la versione del 1972 interpretata da Aretha Franklin, che non le assomiglia manco per niente. “Girlfriend in a Coma” ha un ritmo decisamente reggae e richiama molto di piú le cover incise da Bob & Marcia, da Prince Buster e dagli Heptones, anch’esse tutte del 1970.

Apr 032006
 

The name “GEROGERIGEGEGE” has nothing to do with ‘gay’ in Japanese, but comes from vomiting (GERO), diarrhea (GERI), in Japanese, and the letters GEGEGE. I was conscious of a feeling of freedom by choosing this name. But I am very glad if you pronounce it “GERO-GERI-GAY-GAY-GAY”. Very good!!!

(Juntaro Yamanouchi)

Dimenticate Boredoms, Masonna, Merzbow e dilettanti del genere, solo i Gerogerigegege mantengono ciò che promettono (vedasi anche la pagina loro dedicata su allmusic).

Il link a questo video (NOT work safe!) volevo postarlo nei commenti di Brullo, ma colà si sta amenamente discorrendo con poco criterio di baci e spari, sarà invece meglio metterlo qui.


Aggiornamento.

Basically we just… we were convinced that rock music had reached a dead
end with prog rock, had become just commercially motivated and really had
no authentic content anymore. So we thought: “what would happen if we
took the concepts of John Cage and the generalism approach of the Velvet
Underground and took away the rhythm’n’blues?” … The rhythm’n’blues
became almost a tyrant in terms of rock music for a while, if you just
decided that there were no rules, that… that… one tried to invent
music that was actually post-industrial… in a way rhythm’n’blues is
pre-industrial: slave labour and agriculture and… what would happen
if you went a step beyond and embraced industrialization and technology
and also admitted that you were an angry, disenfranchised white kid from
western culture? Where’s your music? What would it sound like? So we
decided to do that, to just suspend any expectation of what music should
be and see what happened.

[Fondamentalmente eravamo proprio… eravamo convinti che con il progressive
la musica rock fosse entrata in un vicolo cieco, che ormai fosse incentivata da motivi commerciali senza piú alcun autentico contenuto. Cosí pensammo: “che
accadrebbe se prendessimo i concetti di John Cage e la metodologia generalista
dei Velvet Underground e tralasciassimo il rhythm and blues?” … Da qualche tempo il rhythm and blues aveva stabilito una specie di tirannia nei confronti del rock, ma se si fosse deciso che non c’erano regole, che… che…
se qualcuno avesse provato a inventarsi una musica davvero post-industriale…
in un certo senso il rhythm and blues è pre-industriale: il lavoro degli
schiavi e l’agricoltura e… cosa sarebbe successo se si fosse fatto un altro
passo in avanti per adottare l’industrializzazione e la tecnologia e si
fosse infine ammesso di essere dei ragazzi bianchi arrabbiati ed esclusi,
appartenenti alla cultura occidentale? Dov’era la propria musica? Come
sarebbe suonata? Cosí decidemmo di farlo, di sospendere ogni aspettativa
su come la musica sarebbe dovuta essere e di vedere cosa sarebbe successo.]

(Genesis P. Orridge, parlando dei Throbbing Gristle in una recente intervista)

Ecco, i Gerogerigegege sono andati ancora piú in là, oltre al rhythm and blues hanno levato dalla propria opera il rock and roll, la droga e il sesso. Con l’aspirapolvere.

Dic 112005
 

Come spesso accade mi ronzano per la testa vaghe e diverse idee il cui sviluppo richiederebbe piú tempo di quello che sono disposto a dedicar loro, nell’attesa di un’improbabile vittoria della mia debole volontà sulla mia congenita pigrizia, mi accingo quindi alla stesura di questa sorta di articolo in diretta.

Dopo una settimana di pausa e deboscia, ritornato in quel di Lugano, mi accingo a festeggiare il ritorno al lavoro di domani stappando una bottiglia di Bordeaux, bevo per dimenticare a titolo preventivo gli orrori prossimi venturi. Non sono un intenditore di vini, ma distinguo bene le tre categorie di base, schifoso, tollerabile, eccezionale e ho le mie criticabili preferenze: per esempio, rifuggo dall’acquisto dei novelli e mi delizio invece di rossi corposi variamente invecchiati. Invecchiati senza esagerare, perché da sei anni vivo in Ticino e il convento offre ottimi Merlot, di quei vini che van bevuti maturi ma non anziani, ma accanto a quelli poco altro e quel poco schifoso. So anche giudicare un vino dall’etichetta, anzi, è questo il metro di giudizio principale con il quale, dato che so leggere, sbaglio di rado. La bottiglia in questione possiede un’etichetta dorata sí, ma anche sobria e graziosa e siccome ho giudicato che non costasse troppo relativamente alle mie ridotte competenze in materia, l’ho comprata.

Con mio lieve disappunto il primo sorso, abbondante perché sono piú assimilabile al bevitore da osteria che non al sommellier, mi ricolma la bocca di essenze resinose, questo dannato vino non è male, ma sa di legno. Devo tristemente rendermi conto che questa volta non ho letto l’etichetta con sufficiente attenzione prima dell’acquisto, sull’etichetta campeggia, scopro con un certo dispetto, il funesto termine “barrique”. Io sono favorevole alle grandi botti, mentre il vino buono che si favoleggia trovarsi in quelle piccole lo lascio volentieri agli avventati e agli avventurosi. Personalmente trovo desiderabile che il rapporto tra superficie del contenitore e volume del contenuto sia il piú piccolo possibile; insomma, il vino che sa di botte mi ricorda un po’ troppo da vicino quello che sa di tappo e non si tratta di un bel ricordo. Ma il punto non è questo, ho vissuto gli anni ’80 per intero e al barrique, come alla rucola, so ormai adattarmi, il punto è che poco piú sotto la bottiglia proclama di essere parte di un’edizione limitata, per la precisione si tratta dell’esemplare numero 63861, e al leggere tale affermazione mi sento lievemente preso per il culo: le edizioni limitate, per esser prese sul serio, dovrebbero limitarsi ai numeri di tre cifre in modo che io possa a mia volta facilmente limitarmi a evitarle come la peste. Ci manca davvero poco che il tutto non mi vada di traverso.

Fortunatamente mi sovvengono immediatamente quelle edizioni a stampa che proclamano orgogliosamente le centinaia di migliaia, se non i milioni di copie vendute e nel ritrovato equilibrio universale tra quei prodotti che ci vengono spacciati per migliori perché se ne vendono tanti e quegli altri prodotti che vengono spacciati per migliori perché se ne producono pochi, ormai ben conscio che la presa per il culo non è intesa per me personalmente, ma è pervasiva, avvolgente e totale e ci si affoga una civiltà intera, mi dedico lietamente a svuotare il resto del bicchiere. Odora un po’ di pigna, ma in fondo non è male.

P.S. Quindici anni fa, quando venne fondato il primo nucleo di quella che sarebbe dovuta divenire l’Università di Como, ma che la storia in seguito condannò a essere la metà inferiore dell’Università dell’Insubria, venni consultato, come molti altri, su quale sarebbe potuto essere il motto del nuovo Ateneo. In base alle abitudini gastronomiche esibite dal mio gruppo di ricerca proposi “in vino veritas” (ai Latini grappa e vodka erano ignote), ma purtroppo non venni ascoltato. Purtroppo per quel progetto, naturalmente, la cui eccessiva seriosità condusse tutti alla rovina.


Note

[1] sollecitato dal commento di quell’irritante pignolo del Beneforti, rileggo e riscrivo, a grave scapito della verità delle mie affermazioni. Ma è colpa sua!

 Posted by at 21:05  Tagged with: