Ago 202005
 

Il filosofo analitico Nelson Goodman è autore di un noto e criticato "paradosso" riguardante la conferma induttiva; non intendo qui passare in rassegna le critiche alla natura paradossale dell’asserto di Goodman, né le soluzioni proposte a chi vi intravvede un problema, ma solo esporre il paradosso per poter compiere una piccola osservazione in merito.

Goodman fa notare nel suo esempio come l’osservazione empirica di uno smeraldo verde non confermi solamente l’ovvia ipotesi che tutti gli smeraldi siano verdi, bensí anche quella, meno comune, che vuole che gli smeraldi siano "blerdi" (in inglese grue) cioè che appaiano sí tutti verdi adesso, ma che diverranno tutti blu in un certo tempo futuro.

Il problema, o meglio, uno dei problemi, consisterebbe nello spiegare perché si preferisca la prima ipotesi alla seconda.

Siamo proprio sicuri, tuttavia, che la maggior parte delle persone preferisca davvero la prima ipotesi? A me pare di no.

Nel secondo modo, mi sembra, ragionano infatti tutti coloro che per motivi religiosi o filosofici credono in una sopravvivenza ultraterrena che segua la morte fisica. Preso atto che fino al momento della morte l’essere umano è sottoposto senza eccezioni alle leggi che regolano la vita terrena, essi sostengono ciò nonostante che da quel momento in poi la loro vita sarà regolata da leggi affatto diverse. E non vi è osservazione empirica che possa far loro cambiare idea.


In un attimo di sincronicità stavo giusto oggi pensando, mentre osservavo la grande varietà nel colore delle foglie degli alberi, che noi definiamo sempre e comunque come "verde", a come alcune lingue non prevedano, o non prevedessero prima del contatto con la civiltà europea, un nome separato per il colore rosa, che veniva semplicemente percepito e definito come un rosso chiaro. Nell’articolo di Wikipedia dedicato alla voce grue vengono citate due lingue, uno degli esempi è il Gallese, che non distinguono il blu dal verde, e viene precisato che un gran numero di lingue non opera questa distinzione che a noi pare cosí ovvia. Beh, diciamo a voi che non avete mai provato a insegnare cosa siano e quali siano (per convenzione) i colori a un bimbo di circa due anni e dunque non avete idea di quanto sia difficile e di che fatica faccia il povero piccolo a capire cosa caspita volete dire (e a quell’età assai probabilmente non ci riuscirà ancora, il riconoscimento dei colori avviene in genere tra i tre e i quattro anni).


Quanto alle mie credenze religiose non mi dilungo, ma da ex accanito giocatore di ADOM (in un passato non troppo recente) ritengo possibile che al momento della morte il nostro eroe sia mangiato da un grue. Se non avete salvato la partita in precedenza vi toccherà ricominciare da capo.

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  2 Responses to “EATEN BY A GRUE”

  1. neanche i romani distinguevano il blu dal verde, o almeno così dice eco a proposito della traduzione (dire quasi la stessa cosa. un libro che non mi pare valere granchè, ma la parte sui colori è interessante). ai bei tempi, quando giocavo a ultima, il grue mi pareva molto più spaventoso e imprevedibile di adesso, che so cosa significa.

  2. A me sembra davvero peculiare che le lingue umane abbiano meno termini per designare proprio quelle sfumature di colore a cui l’occhio umano risulta maggiormente sensibile.

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