Ago 302005
 

Secondo un vecchio e futile tentativo di stilare una precisa classifica quelli qui di seguito sarebbero il mio secondo album preferito di sempre, seguito, proseguendo con le banalità, da quelli che si collocano al quarto e al dodicesimo posto.

Zen Arcade – Hüsker Dü (1984)

Zen Arcade

Album doppio che rappresenta il culmine assoluto dell’intero movimento punk/new wave.

Gran parte della critica lo ha adorato senza condizioni, anche se con il tempo la prospettiva si è allargata e sono stati messi in luce anche diversi punti deboli. Ma il tono resta spesso entusiastico, per esempio:

"Oh. My. God. This album should have its own religion, its own area code, its own language, its own flag. If you think I’m exaggerating,
you’ve never heard it."
Matt Cibula

"In many ways, it’s impossible to overestimate the impact of Hüsker Dü’s Zen Arcade on the American rock underground in the ’80s. It’s the record that exploded the limits of hardcore and what it could achieve." Stephen Thomas Erlewine, All Music Guide

"Truely one of the masterpieces of the post-punk era. Just as original and fresh as it was back in 1984, “Zen Arcade” puts the efforts of many of today’s so-called “alternative” rock bands to shame. On this album, Hüsker Dü boldly demolished the constraints of hardcore punk by incorporating a surreal, otherworldly musical blend into their already patented punk rock crunch. The result is a record like no other before or since. This album had balls…great big ones. Bob Mould, Grant Hart, and Greg Norton retain masterful musical control throughout and the lyrics are anguished and painful. It annoys me to know how little most people know about this wonderful band and album. If your reading this, do yourself a service and purchase this album without hesitation; it will blow you away." Michael Howell

Ciò che segue è il mio personale tentativo di spiegare perché quest’opera sia innanzitutto cosí fondamentale nella storia del rock ma, anche e soprattutto, cosí piacevole da ascoltare. Spero che non sia troppo inadeguato.

Verso la metà degli anni ’70 il rock, in cerca di nuove strade, si disperde nei mille rivoli del cosiddetto progressive, che, prescindendo dai meriti oggettivi delle singole opere, nel tentativo di espanderne i limiti rischia di perdere completamente il controllo e contaminarne irrimediabilmente la natura. Semplificando brutalmente si può arrivare a sostenere che, piú che a sottogeneri del rock propriamente detto, le migliori opere (magnifiche e) progressíve di questo periodo tardo appartengono a un genere loro proprio, di volta in volta piú vicino al jazz, al folk, all’interpretazione popolare della musica classica.

A partire dal 1975 iniziano di nuovo a emergere tendenze piú tradizionali, in realtà sempre presenti anche se poco visibili, che confluiranno nel cosiddetto movimento punk/new wave (inizialmente i due termini sono semanticamente equivalenti). I tre generi a cui ci si richiama piú esplicitamente sono rockabilly, surf e psichedelia; ma risentendo il tutto adesso sono evidenti anche le influenze dell’esprit du temps, e la contrapposizione verso glam rock e progressive non appare piú cosí marcata.

In quegli anni, diciamo dal 1976 in avanti, io mi ero già un po’ stancato del progressive contemporaneo e avevo cominciato ad ascoltare quasi esclusivamente le opere del passato (rock blues e psichedelia), credo che fu per questo motivo che, contrariamente alla maggior parte dei miei contemporanei,percepii nella new wave non tanto la rottura con il passato recente, quanto la continuità con quello meno recente.

Zen Arcade rappresenta egregiamente questo senso di costante rinnovamento nella continuità. È innanzitutto opera di transizione, che si pone esattamente al centro della trasformazione del suono degli Hüsker Dü dall’hardcore degli esordi al power pop delle ultime opere. È in secondo luogo un’opera-ponte che traghetta un intero movimento verso sonorità che saranno predominanti per l’intero decennio successivo, l’influenza sul cosiddetto grunge, sia pure indiretta e mediata, sarà indiscutibile, ma tutti i generi del rock statunitense anni ’90, dall’alternative al crossover devono qualcosa agli Hüsker Dü. Attraverso l’azione degli Squirrel Bait, discepoli prediletti, e della loro numerosa e brillante discendenza (Slint, Bastro, Gastr Del Sol, Tortoise…) il trio di Minneapolis continua a esercitare un ruolo determinante fin quasi ai giorni nostri.

Tra i precursori diretti del suono di Zen Arcade si contano soprattutto gli inglesi Buzzcocks, primo gruppo a introdurre la caratteristica miscela pop-punk, parte diretta di una notavole "famiglia allargata" (Magazine, Ludus…) e dalle influenze ramificate che si estendono fino alla prima metà degli anni ’90 (Soup Dragons, Happy Mondays, Pop Will Eat Itself, Stone Roses…).

Zen Arcade è, si diceva, opera di transizione. Il movimento hardcore parte nei primissimi anni ’80 sia dal Regno Unito, con Discharge e GBH, sia dagli Stati Uniti, con Black Flag, Circle Jerks, Descendents e moltissimi altri. Partito con un suono estremamente elementare e rozzo, basato quasi esclusivamente sulla frenetica velocità di esecuzione, l’hardcore si evolve rapidamente, e con successo, spinto dalla ricerca di nuove possibilità espressive, basterà qui citare i casi emblematici rappresentati da Minutemen e Fugazi. Nella prima parte di Zen Arcade sono integrati brani di hardcore tradizionale tra cui le iniziali "Something I Learned Today" e "Broken Home, Broken Heart" e poi "I’ll Never Forget You" forse il massimo capolavoro del genere.

All’hardcore si alterna l’ispirazione psichedelica, ve ne sono ampi stralci inseriti in "Standing By The Sea" e "The Tooth Fairy & The Princess" e interi brani quali le suite strumentali "Dreams Reoccurring", "Reoccurring Dreams" (nonché il poco interessante outtake "Dozen Beats Eleven").

Il cuore di questo capolavoro sta tuttavia nell’affermarsi di una caratteristica variante di power pop, in parte basato sul pop psichedelico dei Byrds, in parte ispirato ai tre grandi gruppi del genere: i Beatles di fine carriera, i loro sfortunati eredi Badfinger, e gli allora misconosciuti Big Star di Chris Bell e Alex Chilton, e fin qui le ispirazioni sono comuni a quelle dei REM (le affinità e somiglianze tra REM e Hüsker Dü aumenteranno col tempo). Ma, come accennato sopra, il richiamo è soprattutto ai Buzzcocks. Da "Chartered Trips" a "Whatever" passando attraverso "Somewhere", "Pink Turns Into Blue", "Newest Industry" fino ad arrivare a "Turn Out The News" si allineano brani indimenticabili in una successione senza precedenti. Addirittura la band si permette di lasciare fuori dal disco l’ottima "Some Kind Of Fun", e non bisogna naturalmente dimenticare la cover byrdsiana di "Eight Miles High", registrata nel corso delle sessioni per l’album e pubblicata come singolo. Bob Mould e Grant Hart raggiungono l’apice della propria capacità di autori e iniziano qui quella sfida al rialzo che manterrà quasto altissimo livello anche nei dischi immediatamente successivi, prima di portare il gruppo alla polemica dissoluzione finale.

Il tutto è continuamente sostenuto dall’abilità tecnica del trio, che si dispiega in tutta la sua potenza dall’inizio alla fine senza un attimo di sosta. Il fondamentale basso di Greg Norton detta il ritmo senza una sbavatura, e su questa base si inseriscono i power chords della Flying Vee di Bob Mould, che saranno copiati e ripresi dalle due generazioni successive di chitarristi statunitensi, e i ricami ritmici del potente Grant Hart alla batteria.

Difficile pensare che chiunque possa ripetersi a questi livelli. Non gli Hüsker: il successivo "New Day Rising" non solo rivaleggia con "Zen Arcade", ma da alcuni critici un po’ snob è addirittura considerato superiore.

All Fall Down – The Sound (1982)

All Fall Down

Se a questo mondo ci fosse giustizia gli U2 sarebbero degli sconosciuti e i Sound superstar.

I Sound, la cui totale mancanza di popolarità non cessa di stupire, sono stati descritti, un po’ limitativamente, come l’anello mancante tra i Joy Division e gli U2. In realtà sono contemporanei dei primi e precedono e prefigurano di un paio d’anni le cose migliori dei secondi.

La critica comunemente indica nel precedente "From The Lion’s Mouth" il capolavoro di questo gruppo. Questa volta tocca a me fare la parte dello snob e preferirgli questo, che è il loro terzo album.

"All Fall Down" (da tradursi "Tutti giú per terra") è un disco estremamente malinconico, l’addio dei Sound a qualunque sogno di gloria in nome di un’integrità artistica che si rifiuta di scendere a compromessi. La leggenda narra di discografici disperati all’ascolto del master dell’opera compiuta, considerata un suicidio commerciale da parte di un gruppo dal potenziale altissimo.

Ci sono almeno tre canzoni fondamentali in questo disco: "Monument", "Where the Love Is" e "Calling the New Tune", ma anche il resto del disco, se pure non mantiene queste altezze, resta a un livello elevatissimo.

I Sound resteranno perseguitati dalla sfiga nel corso dell’intera carriera, e anche oltre, fino alla tragica morte del tastierista Colvin ‘Max’ Meyers e all’ancor piú tragico suicidio del chitarrista, cantante e leader della band Adrian Borland.

Tra notevoli difficoltà nell’ottenere le relative licenze la piccola casa discografica Renascent ha pubblicato su CD la quasi totalità della loro opera, e si sta sforzando di ripubblicare anche il poco che manca. I due album sopra citati, insieme al primo "Jeopardy" sono tra quelli fondamentali nella storia della new wave, e raccomandati in blocco.

Trout Mask Replica – Captain Beefheart and His Magic Band (1969)

Trout Mask Replica

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