Set 082005
 

[ringrazio sociopatica, la blogger piú amata da google, per l’ispirazione, uno sfogo mi ci voleva]

Otter: "No, I think we have to go all out. I think that this situation absolutely requires a really futile and stupid gesture be done on somebody’s part."
Bluto: "We’re just the guys to do it."

Quasi esattamente vent’anni fa fu pubblicata in Italia la traduzione di un
romanzo che ottenne la pressoché unanime approvazione di pubblico e critica.

Di per sé tanti entusiasmi non significherebbero un gran che, anzi,
costituiscono spesso un brutto segno, ma tra i lettori rapiti e conquistati
vi era un gran numero di amici miei solitamente attendibili e degni, almeno
fino ad allora, della massima stima. Qualcuno tra loro, addirittura, lo
stimo tuttora.

Acquistai dunque una copia del suddetto volume e mi accinsi alla lettura
piú futile e noiosa da me incontrata nella mia lunga e proficua carriera
di lettore. Terminato a fatica il volume, lo abbandonai senza troppi
rimpianti, fatto del tutto insolito per un libro in mio possesso.

Certo, a volte mi sorgeva qualche dubbio. "Non sarà" mi dicevo,
"che io sia prevenuto verso l’autore, e l’opera sua, perché anticomunista?"

Tale dubbio si è rivelato con il tempo stupido e infondato, il mio autore
preferito è Bulgakov, non esattamente tenero con il regime sovietico, leggo e apprezzo
senza problemi l’opera di Salamov e quella di Solgenitsin (che adesso si
usa scrivere chissà perché Solzenicyn). Leggo senza irritarmi, anzi,
apprezzandola molto, l’opera di egregi reazionari quali Kipling e di vecchi
conservatori come Borges, e da quando ho per caso scoperto
i preziosi libercoli del cinese Acheng, poi, li raccomando a destra e a manca a cani e porci,
e quindi anche a voi. Leggete almeno "Il Re degli Scacchi",
mi raccomando. Nessuna prevenzione politica, dunque.

Pur continuando, comunque, a sentirne parlare bene dal 1985 insino ai giorni nostri
la prima impressione datami da quella lettura era stata cosí rovinosa
da togliermi qualunque volontà di revisione, e credevo per sempre.

Quest’estate, tuttavia, ho notato il dimenticato tomo che giaceva
derelitto e polveroso nel suo scaffale, e colto da un vago rimorso l’ho
sollevato dal suo ventennale abbandono, sforzandomi di rileggerlo.

Non l’avessi mai fatto! Dopo tre pagine gli istinti omicidi nei confronti
dell’insulso autore e del suo scritto deprecabile mi si erano risollevati
nel petto con tutta la loro primigenia violenza.

Ahimé, non posso piú far finta di nulla. So che la mia opera è inutile,
ma mi è toccato il triste destino dell’unico essere umano sano di mente
in un mondo di adoratori ipnotizzati: è mio dovere tentare di aprirvi
gli occhi anche se so che l’impresa è destinata al fallimento. È un
sacrificio vano, ma vi sono nel cuore dell’uomo imperativi morali che trascendono il destino
del singolo. Che io perisca, ma che l’umanità si salvi.

O care lettrici, o amici lettori, se in uno dei miei articoli io, con
fiero cipiglio e atteggiamento serioso, sostenessi che, essendo la nostra
terra di forma sferica e non piatta, i luoghi geografici risultano per questo
piú marcati, voi mi prendereste giustamente per pazzo e mi fareste internare.

Invece, quando Milan Kundera, nel suo intollerabile, banale, melenso
e meschino "L’insostenibile leggerezza
dell’essere" (oh, nomen omen se ve n’è alcuno) sostiene la
medesima e altrettanto inane opinione a proposito del tempo circolare, voi
lo salutate come genio e pendete dalle sue labbra. E appena è passata la
prima parte dell’introduzione.

Di piú, l’intera premessa dell’opera, che le fornisce addirittura
il titolo, è basata su quello che non è solo un equivoco, ma un consapevole
inganno volontario. Commentando l’elencazione empedoclea delle qualità
positive e negative, il signor Kundera a bella posta si interrompe,
fintamente stupito, di fronte alla contrapposizione tra pesantezza
e leggerezza. Ah no, signor mio! Voi stesso, duecento tristissime pagine
piú tardi, direte a chiare lettere che dall’inganno di certe metafore occorre
guardarsi, ma lo direte solo dopo aver impudentemente attirato il lettore in
questa medesima rete tesa ad arte per tutte le pagine che precedono.

Empedocle, bontà sua, parla letteralmente con l’ingenuità dei tempi suoi,
egli ha in mente quella che crede essere la disposizione naturale degli
elementi, che si ordinano, per quanto ne sa la scienza sua contemporanea, dal piú
pesante al piú leggero e dal basso verso l’alto, secondo la propria naturale
inclinazione. L’interpretazione metaforica della leggerezza in senso positivo
e della pesantezza in quello negativo ce l’avete messa tutta voi, ma
senza volervene prendere la responsabilità, facendo uso di metafore
tutte successive all’ingiustamente offeso Empedocle; di piú, voi stesso
avete a cuor leggero sostenuto, una sola riga piú sopra, come vi paia
invece naturale considerare la luce come qualità positiva e il buio come
negativo, cosa che a me, che sono fotofobico e starnutisco violentemente
alla luce improvvisa, pare né piú né meno che un insulto all’intelligenza
e cosa assai piú difficile a credersi che l’altra. Queste due contrapposizioni
sono metaforiche entrambe e se avete delle preferenze personali presentatele come tali
invece di sollevare oscure e artificiali questioni metafisiche, pigliando il vostro lettore per
un povero imbecille.

Siamo a pagina tre, e questo libro, che avevo misericordiosamente
dimenticato, ma ora di nuovo odio con ogni fibra del mio essere, già mi ha tolto
dieci anni di vita.

(…continua, ahimé, continua…)

Da premesse filosofiche tanto sbilenche non può che nascere un’opera vacillante.

L’ideologia di Kundera, come sottointesa nel libro, zoppica paurosamente. Fuoriuscito
dall’oppressiva Europa orientale lo scrittore Kundera si reca in Occidente, ma anche da questo
rimane deluso. Invece di riconoscere nell’infondatezza delle proprie illusioni la responsabilità
del proprio errore egli ne assegna invece la colpa all’Occidente stesso.

Questa irrazionale posizione è esplicitamente espressa nel personaggio
di Franz, al cui proposito
Kundera cade in un pesantissimo equivoco comune a tutta la critica
di centro e di destra (Kundera, non dimentichiamolo, è dal punto di vista filosofico
anche se non politicamente un seguace dell’estrema destra Nietzschiana).
Le manifestazioni non sono mai organizzate nel modo e con gli
scopi che la destra attribuisce loro. Una manifestazione contro il Vietnam
organizzata in Italia è sí rivolta anche, in modo indiretto, contro il governo
degli Stati Uniti, ma se questo fosse il suo unico obiettivo essa risulterebbe
completamente inefficace. In realtà una manifestazione si dirige primariamente
contro il (o in favore del) governo locale o nazionale del paese in cui
si svolge. Le manifestazioni contro la guerra del Vietnam organizzate
in Italia miravano a colpire il governo italiano in quanto alleato di
quello statunitense. Per questo motivo organizzare manifestazioni,
putacaso, contro l’intervento russo in Ungheria o in Afghanistan non avrebbe
alcun senso: il governo russo le ignorerebbe semplicemente e esse
sarebbero inefficaci. L’amara satira di Kundera coglie solo questo ultimo punto
e ricade in una sterile quanto inutile e maldiretta critica dell’ovvio.

Franz ha nel resto del libro una specie di ruolo di contorno, in una specie di mini
commedia degli equivoci che coinvolge egli stesso, sua moglie, la prima amante Sabina,
altro personaggio principale, e la seconda amante, la studentessa con gli occhiali.

Questa parte della trama è svolta in modo tanto acerbo e superficiale che secondo
me non vale neppure la pena di parlarne.

I ruoli principali nell’opera sono svolti da Tomas e Tereza, due personaggi problematici
che sono al contempo non credibili e inverosimili.

Orbene, non è necessario che il protagonista di un romanzo sia verosimile: Gargantua non lo
è e il Dottor Jeckyll neppure. Non è neppure necessario che il lettore ci creda a tal punto
da identificarcisi, in Don Chisciotte non si identifica fino in fondo nessuno. Ma qui i personaggi
sono tratti dalla vita quotidiana contemporanea, la trama è relativamente messa in secondo piano,
e credibilità e verosimiglianza parrebbero piuttosto utili.

L’amore tra Tomas e Tereza viene trattato con argomenti assurdamente sconcertanti:
Tomas rimane perplesso di fronte alla lunga catena di coincidenze casuali che l’ha portato
a conoscere Tereza, si immagina che facilmente le cose sarebbero potute andare diversamente
e, in una parola, ritiene che il proprio amore per Tereza sia dunque contingente e in ultima analisi
privo di senso.

Per la miseria, pare che Kundera tratti l’amore come se in prima persona non l’avesse vissuto mai:
siete mai stati innamorati per davvero voi? E se sí, come avete interpretato quella inevitabile, ineluttabile,
catena di avvenimenti apparentemente casuali che vi hanno portato a conoscere proprio la persona
di cui vi siete innamorati? Come un ben studiato piano universale e necessario mediante il quale
un destino inesorabile vi ha condotti a colpo sicuro tra le braccia della persona giusta. Cosí ragiona
un innamorato, accidenti! E piú coincidenze si saranno notate, maggiori conferme si saranno tratte
sulla necessità di quel fatale incontro. Tutto il contrario, dunque, di quello che Kundera ci vorrebbe dare
a bere.

"Es muss sein" continua a ripeterci Kundera, ma la nostra impressione è che egli
non sappia comprendere quelle parole, che nella sua bocca restano prive di senso come il balbettio
di un infante.

Accecato dal nichilismo Nietzschiano, Kundera considera il futuro incerto, il presente effimero e il passato
inesistente; gli sfugge completamente la continua e dinamica trasformazione del futuro, attraverso il presente, in
quello che è un passato eterno, immutabile e indistruttibile. Nelle immortali parole di Tommaso d’Aquino "Neppure
Dio può far sí che le cose che sono state non siano state", insomma niente e nessuno può cambiare il nostro passato,
e questo stato di fatto rappresenta attraverso il continuo progresso della storia la nostra garanzia di sopravvivenza
certa ed eterna. Il passato e il futuro sono altrettanto reali del presente, considerarli come qualcosa di irreale,
o peggio, inesistente è un gravissimo, imperdonabile errore.

(…continua ancora…)

Vi pare che Tomas, Tereza e Sabina, per non parlare di Franz, si comportino come esseri umani reali? Ma se persino
le maschere della commedia dell’arte sono meno stilizzate! L’unico personaggio che si comporti da persona
nell’intero libro, mostrando di provare sentimenti e compiere azioni umanamente comprensibili, è in fin dei conti la madre di Tereza, l’unica per cui io possa provare financo un moto di simpatia. Tutti gli altri sono piú freddi del marmo:
i loro pensieri sono astratti, i loro problemi costruiti a tavolino.

Né Tomaz, né Tereza, né Sabina sono mai consci dei propri motivi, e quale persona vera si sacrificherebbe mai senza
motivo? Quel motivo può ben essere falso, infondato, il motivo conscio può differire da quello inconscio, la persona può illudersi sulle proprie motivazioni, ma un motivo ci deve essere e nella realtà c’è sempre. Qui, niente.

Tereza non sa perché torna a Praga, Tomaz non sa perché la segue, non sa se e perché l’ama, non sa perché la tradisce.
E poi, l’ama davvero? Si guardano mai negli occhi? Si parlano mai? Si conoscono davvero? Molte coppie non fanno nulla di tutto questo, ma nessuno ci vuol di regola far credere che esse si amino veramente. Si ferma mai Tomaz a guardare Tereza la notte mentre dorme (e già, quella fa brutti sogni e non dorme mai, come si fa?..)

E Karenin? La cagna con un nome maschile, dalla storia patetica? Ci si sarebbe potuta tirar fuori una buona storiella,
un piccolo aneddoto, Gogol’, Tolstòj e Dostoevskij lo avrebbero saputo ben fare magistralmente … ma no, neppure questa piccola soddisfazione ci è data.

Ci sarebbe molto da dire anche sul trattamento stereotipato dei soldati russi, odiati piú in quanto russi che non come invasori, sulle donne in minigonna che affrontano i carri armati (e qui mi sovvengo di Rocco Siffredi a Praga e piú non dico) e in generale su un certo atteggiamento maschilista dello scrittore, sulla descrizione del clima instaurato dal regime comunista dopo l’invasione; o il clima era meno peggio di quanto raccontato da altri, o Kundera si ispira un po’ troppo alle descrizioni del Maccartismo negli USA: pressioni poliziesche e sociali identiche a quelle da lui narrate le ricordo io stesso in prima persona nell’Italia degli anni ’70, anche se non cosí pervasive da distruggere la classe intellettuale, ne soppressero comunque, e in modo completo e definitivo, una parte ben precisa e consistente. Né l’attività fotografica di Tereza né quella artistica di Sabina sono poi descritte in modo particolarmente significativo, avrebbero potuto lavorare entrambe come parrucchiere e nell’economia del testo nulla sarebbe cambiato.

"Ma in fondo che importa?" voi mi direte, "Kundera scrive benissimo, ed è questo che conta."

Be’, anche Baricco scrive benissimo frasi di rara eleganza. Ah, vi piace Baricco? Fuori di qui.

  3 Responses to “Opere insostenibili”

  1. > Cosí ragiona un innamorato, accidenti!

    ecco, ho capito dove divergiamo.

    io amo Kundera perche’ racconta di persone che non ragionano come normali persone stupide e passionali, ma ragionano come me.

    ma l’hai letto Lo Scherzo? e’ buffo, dell’Insostenibile leggerezza non ricordo la trama (ricordo solo che mi era piaciuto).

  2. > io amo Kundera perche’ racconta di

    > persone che non ragionano come normali

    > persone stupide e passionali, ma

    > ragionano come me.

    Ah, la ragione. E che c’entra la ragione? La ragione non ci dice che una lunga catena di coincidenze improbabili sia segno del caso piú di quanto lo sia una lunga serie di eventi probabili. Anzi.

    Kundera ci descrive persone che evidentemente non si amano, e neppure credono di amarsi, a quanto riesco a capire; però costruisce l’intera trama volendo farci credere il contrario. Fin qui sta ampiamente nel suo diritto di scrittore.

    Cosa assai piú grave, tutto il metadiscorso filosofico che sottintende alla trama si basa sul fatto che questo errato presupposto sia vero, e non mi sembra affatto che questo inganno sia intenzionale.

    [Proverò a leggere qualche altro suo libro, questo qua proprio mi accarezza contropelo…]

  3. leggi Lo Scherzo, il mio preferito.

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