Dic 112005
 

Come spesso accade mi ronzano per la testa vaghe e diverse idee il cui sviluppo richiederebbe piú tempo di quello che sono disposto a dedicar loro, nell’attesa di un’improbabile vittoria della mia debole volontà sulla mia congenita pigrizia, mi accingo quindi alla stesura di questa sorta di articolo in diretta.

Dopo una settimana di pausa e deboscia, ritornato in quel di Lugano, mi accingo a festeggiare il ritorno al lavoro di domani stappando una bottiglia di Bordeaux, bevo per dimenticare a titolo preventivo gli orrori prossimi venturi. Non sono un intenditore di vini, ma distinguo bene le tre categorie di base, schifoso, tollerabile, eccezionale e ho le mie criticabili preferenze: per esempio, rifuggo dall’acquisto dei novelli e mi delizio invece di rossi corposi variamente invecchiati. Invecchiati senza esagerare, perché da sei anni vivo in Ticino e il convento offre ottimi Merlot, di quei vini che van bevuti maturi ma non anziani, ma accanto a quelli poco altro e quel poco schifoso. So anche giudicare un vino dall’etichetta, anzi, è questo il metro di giudizio principale con il quale, dato che so leggere, sbaglio di rado. La bottiglia in questione possiede un’etichetta dorata sí, ma anche sobria e graziosa e siccome ho giudicato che non costasse troppo relativamente alle mie ridotte competenze in materia, l’ho comprata.

Con mio lieve disappunto il primo sorso, abbondante perché sono piú assimilabile al bevitore da osteria che non al sommellier, mi ricolma la bocca di essenze resinose, questo dannato vino non è male, ma sa di legno. Devo tristemente rendermi conto che questa volta non ho letto l’etichetta con sufficiente attenzione prima dell’acquisto, sull’etichetta campeggia, scopro con un certo dispetto, il funesto termine “barrique”. Io sono favorevole alle grandi botti, mentre il vino buono che si favoleggia trovarsi in quelle piccole lo lascio volentieri agli avventati e agli avventurosi. Personalmente trovo desiderabile che il rapporto tra superficie del contenitore e volume del contenuto sia il piú piccolo possibile; insomma, il vino che sa di botte mi ricorda un po’ troppo da vicino quello che sa di tappo e non si tratta di un bel ricordo. Ma il punto non è questo, ho vissuto gli anni ’80 per intero e al barrique, come alla rucola, so ormai adattarmi, il punto è che poco piú sotto la bottiglia proclama di essere parte di un’edizione limitata, per la precisione si tratta dell’esemplare numero 63861, e al leggere tale affermazione mi sento lievemente preso per il culo: le edizioni limitate, per esser prese sul serio, dovrebbero limitarsi ai numeri di tre cifre in modo che io possa a mia volta facilmente limitarmi a evitarle come la peste. Ci manca davvero poco che il tutto non mi vada di traverso.

Fortunatamente mi sovvengono immediatamente quelle edizioni a stampa che proclamano orgogliosamente le centinaia di migliaia, se non i milioni di copie vendute e nel ritrovato equilibrio universale tra quei prodotti che ci vengono spacciati per migliori perché se ne vendono tanti e quegli altri prodotti che vengono spacciati per migliori perché se ne producono pochi, ormai ben conscio che la presa per il culo non è intesa per me personalmente, ma è pervasiva, avvolgente e totale e ci si affoga una civiltà intera, mi dedico lietamente a svuotare il resto del bicchiere. Odora un po’ di pigna, ma in fondo non è male.

P.S. Quindici anni fa, quando venne fondato il primo nucleo di quella che sarebbe dovuta divenire l’Università di Como, ma che la storia in seguito condannò a essere la metà inferiore dell’Università dell’Insubria, venni consultato, come molti altri, su quale sarebbe potuto essere il motto del nuovo Ateneo. In base alle abitudini gastronomiche esibite dal mio gruppo di ricerca proposi “in vino veritas” (ai Latini grappa e vodka erano ignote), ma purtroppo non venni ascoltato. Purtroppo per quel progetto, naturalmente, la cui eccessiva seriosità condusse tutti alla rovina.


Note

[1] sollecitato dal commento di quell’irritante pignolo del Beneforti, rileggo e riscrivo, a grave scapito della verità delle mie affermazioni. Ma è colpa sua!

 Posted by at 21:05  Tagged with:

  2 Responses to “In vino veritas”

  1. la feria t’ha portato dunque: difficoltà a leggere (vedi etichetta); difficoltà a scrivere (“disappunto” ripetuto in 10 righe).

    molla il fiasco.

  2. Quando scrivo di getto mi ripeto spesso, di regola elimino le ripetizioni in fase di revisione, ma questa volta avevo poco tempo e non ho rivisto, con tuo disappunto.

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