Feb 012006
 

Non è che prima di avere un blog stessi zitto. Eccovi un esempio.


Eyes Wide Shut (Maggio 2002)

Mi sono fatto l’idea balzana che i critici cinematografici debbano usare
la prima persona plurale. Non saprei dirvi su quale misterioso ragionamento
interiore io abbia basato questa idea, ma mi adeguo a me stesso. Anzi, ci adeguiamo.

L’opera di cui andiamo a narrare è piuttosto
controversa, con giudizi estremi e divergenti tra loro. Di nuovo: ci adeguiamo.

Dal punto di vista visivo Eyes Wide Shut (2h40′) è un film di luci colorate
e superfici riflettenti, ci piacerebbe, per quanto la cosa possa risultare
infantile, poter dire che ci sembra d’essere immersi nella scena generata
da un ray tracer,
ma ci pare piuttosto di essere in discoteca, pensiero che ci
rende istantaneamente di cattivo umore. Tutto variopinto, insomma, tranne che per i venti minuti
di requie misericordiosa tra 1h30′ e 1h50′ che vengono in parte spesi
tra i blu intensi dell’effetto notte e i gialli dei faretti utilizzati per
simulare la luce delle lampadine a incandescenza e vengono per la parte restante
impiegati per mostrarci l’unica scena diurna in esterni di tutta la pellicola.

Alberi di natale, insegne di negozi e lampadine colorate si moltiplicano
tra specchi, vetri, vetrine, marmi, pavimenti tirati a cera e asfalto
bagnato dalla pioggia. Tecnica perfetta che dà un tono
ben preciso all’ambientazione e possiede con tutta probabilità un significato
allusivo relativo allo stato d’animo fisico e morale del protagonista.

Allusione che dobbiamo tuttavia ammettere di non avere affatto capito.

Per quasi tre ore la riproposta di questo fantasmagorico e arlecchinesco
lucchichío ci rompe le balle ripetutamente provocandoci un certo qual cerchio
alla testa. Il titolo suggerisce che il miglior modo di apprezzare
l’opera sia quello di farlo a occhi ben serrati. Siamo molto tentati.

Sui dialoghi non ci pronunciamo, il doppiaggio è particolarmente esasperante
e prima di raccogliere le forze e sentirci pronti ad affrontare la prova
in lingua originale passeranno almeno altri tre, quattro anni. Non trattenete
il fiato nell’attesa.

La trama è assai vagamente ispirata a un bel racconto di Artur Schnitzler,
intitolato Traumnovelle (mal reso in italiano come “Doppio Sogno”) ma,
pur riconoscibile, risulta orribilmente distorta. Quella del racconto segue
un filo logico razionale e sta perfettamente in piedi, quella del film è modificata
in modo da risultare inconseguente e a larghi tratti ridicola.

Facciamo appena in tempo a pensare “questo film è imbellettato come una troia”
che, ecco, Kubrik ci mostra una scena perfettamente corrispondente ai nostri
pensieri. Ci complimentiamo mentalmente con il defunto per essere riuscito
bellamente a fregarci, siamo disposti a riconoscere come la nostra prima
impressione sia sbagliata, ci troviamo inaspettatamente in pace con il mondo
con una positiva disposizione d’animo… ed ecco che lo Stanley infila
una scena madre che si vorrebbe a metà tra la messa nera e il club privèe,
ma si risolve in una deprimente sceneggiata tardo-decadente che neanche
un bambino dell’asilo. Kubrick ha – orrore – carpito due distinte scene
dal libro di Schnitzler per fonderle insieme con risultati deprecabili.
Se il nostro non fosse felicemente defunto lo potremmo proficuamente mandare
a ripetizione da Liliana Cavani, data la situazione ci limiteremo invece
a inviarlo presso Marco Ferreri, ché gli dia un paio di dritte.

Noi continuiamo a preferire “Ultimo Tango a Parigi”.

Non discutiamo, la scena sarà lí anche a rappresentare le seghe mentali
di quel bamboccione del protagonista, ma come abbiamo confessato piú sopra
le allusioni non ci sono del tutto chiare; se proprio dobbiamo cercare
un messaggio nascosto, “le donne sono tutte troie” è il massimo che riusciamo
a cavarne fuori, e non ci pare il massimo dell’originalità.
È tutta farina di Kubrick, ovviamente: nel racconto di
Schnitzler le vicende che coinvolgono moglie e marito sono prefettamente
simmetriche, le asimmetrie tra il tradimento onirico della moglie e quello
reale, ma non consumato, del marito ce le ha appiccicate tutte il regista
per motivi suoi.

Per far passare cotanto messaggio non ci sarebbe stato bisogno di scomodare i Cruise,
gli Skud e le testate nucleari, fino a lí crediamo che sarebbero potuti arrivare
non solo i nostri Lando Buzzanca e Alvaro Vitali, ma persino Jack il Fenomeno.

Ah, dimenticavo, il protagonista: un tizio che si preoccupa di tutto tranne che di quello
di cui si suppone si dovrebbe preoccupare, che reagisce in modo del tutto
incongruo a quelli che dovrebbero essere i propri timori e per il quale
è fisiologicamente impossibile provare la benché minima simpatia.

Perchè mai i protagonisti dell’invereconda sceneggiata in stile anonimo
veneziano dovrebbero nutrire poi l’irrazionale desiderio di far fuori
il testimone non riusciamo a spiegarcelo da soli e purtroppo neppure
il regista lo spiega né a sé stesso né a noi. Pertanto non restiamo sorpresi
alla pretesa rivelazione finale che dovrebbe rivelarci, se fossimo tanto scemi
da non averlo capito già da ore, come tale sentimento non sia per l’appunto nutrito.

Proprio come una bolla di sapone la trama di questo film ci scoppia in mano
con tutti i riflessi dell’arcobaleno, lasciandoci con un pugno di mosche
e con il loro insensato ronzío.

Per questa volta, almeno, abbiamo evitato le montagne di formiche nere.

Ci sarebbe poi una coda con pianto liberatorio che abbiamo capito ancora meno,
ma siamo confortati dall’analogio finale di Odissea 2001, per anni abbiamo
tentato di comprenderlo, ma quando anni dopo, finalmente, Kubrik e Clarke hanno
gettato la maschera si è scoperto che in effetti non voleva dire assolutamente
nulla.

Confidiamo che Kubrik si sia ripetuto, maschera e tutto. La Traumnovelle
non ci aiuta a risolvere i nostri dubbi.

Ci sarebbe anche la Kidman. Dato che tutto ciò che il suo personaggio fa e dice
nel racconto di Schnitzler è stato brutalmente omesso da questo film, non abbiamo ben capito
che ci stia dentro a fare, e poi, sia detto fuori dai denti, la Kidman non è il nostro tipo.
A questo si riducono i nostri punti di contatto empatico con Tom Cruise.

Ah, no; ce n’é un altro: anche a noi, tirando le somme, è venuto da piangere.
Del resto siamo eretici, a 2001 abbiamo sempre preferito Solaris, nonostante
che neppure con Tarkovski avessimo molto a che spartire.

Vorremmo anche noi poter dire di essere usciti senza alcun danno da
questa nostra avventura, ma temiamo che non sia cosí. La nostra salute
mentale vacilla tanto piú quanto ci avviciniamo alla marzulliana conclusione
della vicenda. Giureremmo di avere udito un “la vita è sogno o i sogni
aiutano a vivere la vita” pronunciato a mezza bocca da uno dei protagonisti.

Smessi gli abiti plurali che si addicono al critico cinematografico torno
alla persona singolare per le doverose conclusioni. Se ho imparato qualcosa
da Eyes Wide Shut è che anch’io voglio un bagno con poltrona e un paio
di abat-jour. Chiudo con una perla di saggezza dalla sceneggiatura:
“la vita continua fino a quando non continua piú”.

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