Nov 202006
 

Gira di questi tempi per i blog[1], e immagino anche altrove, questa Lettera aperta ai docenti della scuola italiana di Marino Badiale.

Vivo da qualche anno fuori d’Italia, anche se di poco, ma non per questo ho cessato di interessarmi alla madrepatria e sono conscio che il costante decadimento del sistema educativo nazionale non si è arrestato negli ultimi anni, ma ha avuto anzi una bella accelerata, con poche lodevoli eccezioni.

Mi unisco dunque al disperato grido d’allarme di Badiale, con due distinguo[2]. Il primo è davvero cosa da poco, secondo me la decadenza della scuola italiana è divenuto ben evidente già nel corso degli anni ’80, ben prima dunque di Luigi Berlinguer e Letizia Moratti.

Il secondo è un punto piú sostanziale e che a me pare assai importante. Forse trascinato dal proprio stesso entusiasmo, mentre giustamente raccomanda che la scuola si rifocalizzi sull’insegnamento delle “materie” tradizionali, Badiale sembra anche propugnare il ritorno ai programmi di una volta. Scegliendo accuratamente i propri esempi egli paragona, negativamente, Camilleri a Manzoni e De Andre’ a Petrarca.

Nel merito di questi esempi particolari, su cui sarei anche d’accordo[3], mi sembra inutile entrare, ma mi preme sottolineare che auspicare da una parte, come fa Badiale, che gli insegnanti recuperino prestigio e autorevolezza mentre dall’altra parte se ne limita la libertà di insegnamento, è atteggiamento contraddittorio e poco illuminato.

A mio parere, invece, nella vecchia struttura della scuola inferiore e superiore italiana, proprio i programmi erano l’unico punto da rammodernare e da liberalizzare in parte, entro limiti appropriati[4]. Si è invece deciso di toccare tutto il resto, con le pietose conseguenze di cui siamo testimoni.

Per rimanere in ambito letterario, meglio studiare qualche classico in meno che studiarne male molti, meglio entusiasmarsi su qualche moderno forse non eccelso, ma che stimoli la curiosità, che rischiare di contagiare gli studenti con la propria noia di fronte a un grande del passato che non si ama.

A parte queste poche riserve, plaudo al resto della lettera e la sottoscrivo.


[1] quello di Lia e quello di Ipazia per esempio.

[2] ce ne sarebbero di piú, come l’idea del tutto peregrina che un’educazione seria non possa essere “piacevole”; secondo me invece l’educazione non sempre può essere “facile”, ma “piacevole” lo può essere eccome, spesso e volentieri.

[3] bisogna pur conoscere Manzoni per parlarne male, come io faccio allegramente fin dai tempi del liceo.

[4] io non mi capacito ancora, e temo che le cose non siano cambiate, di come fosse ai miei tempi possibile che al liceo classico si insegnasse la trigonometria piana, ma non i numeri complessi che ne semplificano enormemente lo studio.

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  6 Responses to “La Scuola Italiana”

  1. ” Questo deciso innalzamento del livello economico deve essere sganciato da ogni considerazione di produttività o di competitività, categorie che non hanno nulla a che fare col lavoro intellettuale ed educativo della scuola. Il lavoro del docente non può essere misurato in termini quantitativi, e la nozione di produttività non può essere ad esso applicata.”

    Insomma si propone uno scambio: il doppio dello stipendio in cambio della scomparsa di de andrè e camilleri dalle scuole, e della fine delle gite ai musei fighi della scienza.

    Non mi sembra un granché.

  2. Anonimo, semplifichi troppo. L’autore lavora in università e soffre di un’evidente sindrome da torre d’avorio, ma ha anche ben piú di una ragione; quelli che menzioni sono parte dei sacrifici da fare per ristabilire la situazione, i sacrifici finché sono indispensabili sono anche dolorosi, ma si spera non siano indispensabili per sempre.

    Che gli insegnanti guadagnino troppo, vergognosamente troppo poco, è purtroppo vero e indiscutibile. Non è certo un problema dell’Italia soltanto ma dell’intera area occidentale. E la pagheremo cara, molto piú cara di quanto possa costare il raddoppio dello stipendio alla categoria.

    Con pochissime eccezioni (una l’ho segnalata con un link) i bassi salari, e la perdita di prestigio che ne consegue in una società strutturata attorno al denaro come la nostra, ha causato la fuga dei migliori verso altre professioni. Qualsiasi altra professione.

  3. Certo, si trattava di un commento senza pretese. Credo però che esistano proposte migliori: http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/388#body

  4. Di fronte alla “riforma” Klein e ai suo principi generali ispiratori rabbrividisco dal raccapriccio.

    E piú non dimandare, ché stavo scrivendo una spatafiata terrificante che ho cancellato per amor di quiete.

  5. Peccato, perché la spatafiata mi interessava ( e sinceramente non vedo cosa ci sia di saluberrimo nella proposta del cattedratico nostrano, e cosa di terrificante nella “riforama Klein”).

    Comunque, prova a leggere il post odierno della “lodevole eccezione” 🙂

  6. Terrificante, nella proposta Klein, è il controllo dall’alto.

    Accountability, performance e uniformity (responsabilità, produttività, livellamento) si dimostrano concetti positivi soltanto se il contesto è quello giusto, e giusto il contesto, ammesso che lo sia inizialmente, non lo resta mai a lungo.

    Quando si tenta di imporli dall’altro quei concetti si svuotano di significato e divengono strumenti di controllo.

    Le commissioni di controllo si sclerotizzano e si autoperpetuano, cadono nelle mani del potere politico o della burocrazia (non so cosa sia peggio), e i succitati principi vengono invariablimente applicati per sopprimere qualunque tipo di dissenso e qualsiasi iniziativa personale che si distacchi dall’ortodossia ufficiale.

    Il controllo deve venire dal basso, la responsabilità individuale non può essere limitata dal controllo politico: chi misura i risultati di una scuola e decide se sono stati raggiunti? chi ha il potere di licenziare i presidi? chi determina gli “standard oggettivi” (ah, ah, ah!)?

    A parte la questione delle mense scolastiche, il resto mi sembra nient’altro che un tentativo appena mascherato di ingabbiare l’insegnamento all’interno di un’ideologia ufficiale.

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