Set 012012
 

Esiliato dall’Olimpo e ritiratosi da secoli a vita privata a seguito del sanguinoso colpo di stato effettuato dal nipote Zeus contro il governo del proprio padre Crono, il titano Giapeto, fratello di quest’ultimo e quindi sospetto ai nuovi dei, soleva passeggiare ogni mattina attraverso i campi della propria tenuta, accompagnato da quattro guardie del corpo, ciascuna delle quali portava al guinzaglio un feroce cane da caccia.

La prima guardia era una vedetta e sorreggeva una lampada accesa, perché vi fosse luce sufficiente prima del sorgere del sole.

La seconda guardia era un medico e portava una cassetta di pronto soccorso, perché si potesse arrecare aiuto nei casi di emergenza.

La terza guardia era un guerriero e sosteneva un fucile, perché fosse possibile la difesa contro i malvagi e le belve feroci.

La quarta guardia era un sorvegliante e guidava le altre tre, perché le responsabilità di Giapeto fossero alleviate al punto da potersi godere la passeggiata in santa pace.

In una tiepida mattinata di sole, giunti che furono costoro in prossimità del frutteto al confine della tenuta, al titano piacque recarsi presso un particolare albero di mele su uno dei cui rami era il nido di una coppia di cardellini particolarmente cara al suo cuore, nella quale erano state deposte cinque uova ormai vicine alla schiusa.

Ma ecco, una numerosa banda di gatti della tenuta, di quelli che erano più graditi a Giapeto e che allevava e nutriva di propria mano, aveva circondato l’albero e assediato il nido, mirando a fare strage, se non dei cardellini stessi, almeno delle uova ivi contenute.

Di fronte a questa scena l’ira del titano fu terribile «o cardellini, Giapeto sarà la vostra salvezza, — gridò — la mia vendetta cadrà inesorabile sui malvagi felini, traditori della fiducia che avevo ingenuamente riposto in loro. Guardie — ordinò —  rilasciate i cani affinché ne facciano scempio e raccogliete i cadaveri straziati dei malvagi, poiché io voglio che le pelli scuoiate e conciate di quelli vengano appese al recinto di confine, affinché siano di perpetuo esempio alle future generazioni.»

In quel frangente la vedetta, che era un inopportuno facile agli spropositi, tentò maldestramente di raffrenare l’iracondo padrone e così stupidamente balbettò: «O maestro, non renderti ridicolo ai miei occhi, tu che sei intelligente, con un’insensata violenza. Risparmia quei poveri mici, ma limitati con la tua potenza a porre il nido al di fuori della loro portata.»

Allora l’ira di Giapeto crebbe al punto da occupare tutto lo spazio tra il centro della terra e il culmine della stratosfera, i cieli si oscurarono e la luce del sole venne a mancare in pieno giorno, né il lume della vedetta più valeva a rischiarare le tenebre, e il titano così parlò: «Stolto oltre ogni limite è colui che ignora i miei propri fini e mi attribuisce i suoi a suo proprio vantaggio, come se essi fossero regole universali e non invece le ubbie di chi intesse subdolamente il proprio ragionare a partire da false premesse. A me, sì come a saggio, nulla importa della salvezza di questi gatti malvagi, ma ben mi importa altresì di porre al sicuro non solo questo nido e non solo dal pericolo attuale, bensì tutti i nidi futuri da tutti i futuri pericoli, e per l’eternità. Ecco, la lampada che costui reca non dà più luce ed egli mi è divenuto del tutto inutile e il suo essere inopportuno me lo ha reso discaro. Che anche di colui sia fatto strazio e che la sua pelle venga appesa al recinto al pari delle altre.»

Il sorvegliante ordinò al guerriero di sparare alla vedetta e al medico di astenersi da ogni soccorso. I quattro cani furono rilasciati e, compiuta la strage, le pelli dei gatti e quelle della vedetta furono inchiodate al recinto a perenne monito.

E così si compì la volontà di Giapeto.

Ο μύθος δηλοί che i cretini supponenti sarebbe meglio tacessero per la propria e per l’altrui ventura.

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