Set 232012
 

“Chi non si aspetta l’inaspettato — sostiene Luciano De Crescenzo simulando di citare Eraclito — non troverà la verità.”

Un mirabile esempio di quanto sopra ci è fornito dalle minute del convegno della Società della Piccola Lanterna (kleine Laterne Gesellshaft), tenutosi a Ingolstadt il 13 giugno 1785, avente come argomento proprio “la Verità”.

A pronunciare la prolusione introduttiva del convegno fu invitato l’eminente filosofo e scienziato Philipp Platz, invito che suscitò l’aspra indignazione del suo arcirivale Horatius Pimmelkopf, che si attendeva di essere lui a essere insignito di quell’onore e aveva già preparato un discorso di quaranta pagine che fu poi pronunciato anni dopo durante la cerimonia di inaugurazione del congresso di Vienna.

Era la sala del convegno illuminata a giorno da numerose torce poiché, pur essendo da poco trascorso il mezzogiorno, essa si trovava bene all’interno del palazzo e non aveva finestre che dessero all’esterno, né verso la strada, né in direzione del cortile.

Il convegno partì apparentemente con il piede sbagliato — quanto può essere fallace l’umano giudizio! — quando, tra il tumultuoso mormorio dell’uditorio, il Platz si presentò sul palco con ben quaranta minuti di ritardo.

“Mi scusino gli illustri colleghi — balbettò imbarazzato l’oratore — ma l’improvvisa pioggia battente ha, come capita, causato un incremento nel traffico stradale e un conseguente ingorgo di carrozze in cui la mia vettura è rimasta metaforicamente impantanata, mentre i poveri cavalli che la trainavano lo furono letteralmente e al di fuori di ogni metafora. Impantanati, dico.”

“Menzogna! — si inalberò immediatamente Pimmelkopf che non attendeva altro, sbraitando con la voce arrochita da anni di sigari toscani — i vostri abiti, chiarissimo professore, sono perfettamente asciutti e quando entrammo in questa sala meno di un’ora fa il sole splendeva alto in un cielo sereno e privo di nubi, io dunque vi accuso di accampare patetici pretesti con sommo disprezzo del vostro uditorio e del nostro giudizio.” Pimmelkopf ricadde esausto sulla sedia da cui era balzato in piedi con il viso imporporato dall’ira, respirando affannosamente con plateale ostentazione.

“Ingiustamente tu mi accusi — rispose con olimpica tranquillità il Platz, con la voce perfettamente piana e controllata che gli era caratteristica — vi sono più cose in terra, ma soprattutto in cielo, Horatius, di quante se ne sogni la tua filosofia; in particolare una gran quantità di nubi a pecorelle che ti sono sfuggite da osservatore distratto e approssimativo quale tu sei, ma che fin dalle prime ore del mattino si accumulavano all’orizzonte minacciando la serenità del giorno e che giunte poco fa proprio al di sopra della nostra piccola ma illustre città hanno violentemente scaricato su di essa in gran copia il proprio umido contenuto. Né ti devi stupire, stolto, della perfetta condizione dei miei abiti, giacché la mia carrozza fu fatta entrare sotto l’ampio portico di questo palazzo e io vi discesi al coperto su una passatoia che era stata stesa ai miei piedi e dunque evitai persino di inzaccherarmi le calzature nel fangoso cortile, mantendendomi impeccabilmente degno dell’onore di inaugurare questo consesso, onore che mi fu affidato immeritatamente, in questo solo concordo con te, o male avvisato collega.”

Il Pimmelkopf tentò di balzare verso il palco facendo le viste di voler strangolare il Platz a mani nude, a stento trattenuto dai suoi vicini dal compiere quel gesto inconsulto: “Cessa di raccontarci favole, Philipp, credi forse che noi si sia bimbi ingenui e inesperti? I tuoi insulti appaiono evidenti. Ben altrimenti stanno le cose: questa mattina tu ti svegliasti in grave ritardo, indugiasti nelle cerimonie della vestizione e della colazione e assai pigramente, come tuo solito, ti mettesti in viaggio per il convegno. Ben ti conosco quale uomo infingardo e accidioso, vizi dei quali dai continua dimostrazione a te stesso e al mondo. Né oggi le cose stanno altrimenti di quanto io ho testé sostenuto: ciò è chiaro come quel sole che splendeva in un cielo senza macchia al momento del tuo arrivo.”

A quel punto, mediando tra i due contendenti, il presidente della società e organizzatore del convegno, l’illustrissimo Egon Weisteilweiße tentò un compromesso: “Ebbene, non vi è niente di più semplice del dirimere questa futile questione, io stesso uscirò da questa sala e verificherò personalmente se stia o meno piovendo.”

“Ma niente affatto! — proruppe Pimmelkopf — quand’anche le cateratte del cielo si fossero riaperte per un nuovo diluvio universale ciò dimostrerebbe solamente che piove in questo momento, ma non già che piovesse cinque minuti fa, quando lo spergiuro che indecorosamente occupa il palco si degnò finalmente di fare il suo ingresso in questa sala e di onorarci con la presenza della sua preziosissima persona.”

Il presidente, colpito, ma non affondato, rispose: “E allora noi chiederemo quale sia la verità a un testimone al di sopra di ogni sospetto: il portiere di quest’edificio, che ha coscienziosamente adempiuto per oltre vent’anni ai propri compiti con incrollabile fedeltà e senza mai venir meno al dovere, scrutando inesorabilmente l’ingresso senza un solo attimo di distrazione per l’intero orario di servizio e impedendo l’accesso al palazzo ai non autorizzati. Che sia fatto venire di fronte a questa illustre assemblea e che lo si interroghi su quali fossero le condizioni meteorologiche al momento dell’arrivo del professor Platz.”

Questa volta fu proprio Platz a obiettare, mantenendo la calma consueta, ma assai fermamente: “Presidente, qual novità è mai codesta? Questo preclaro consesso di scienziati e filosofi che hanno dedicato la propria intera vita di studiosi alla ricerca della verità dovrebbe proprio in questo caso affidarsi alla parola di un incolto ignorante che mai e poi mai ha posto mente a tal genere di problemi e far di colui il giudice unico e inappellabile del vero e del falso? Dovremmo dunque proclamarci impotenti, noi che siamo il fior fiore della cultura germanica, di fronte all’inclito uomo della strada? Illustrissimi colleghi, non diamoci per vinti vanificando ogni sforzo e ogni speranza nel dichiarare inutile la filosofia e impotente la scienza di fronte al comune buon senso, non sia mai! che proponete invece voi, o illustrissimi?”

Come vedete il convegno che si era prefigurato noiosissimo e inconcludente si rivelò invece di grandissimo interesse, sì come guidato da una mano invisibile creata da un’improbabile sequenza di coincidenze che lo focalizzasse miracolosamente proprio sull’argomento principale.

Il presidente, agitando la campanella regolamentare, si accinse a regolare e moderare gli interventi, iscrivendo a parlare la gran parte dei partecipanti, ognuno dei quali sembrava preda di un irrefrenabile entusiasmo e moriva dalla voglia di esporre la propria idea per dirimere la spinosa questione. Decise che tutte le proposte fossero esposte in sequenza e che quella da adottare fosse decisa a maggioranza dal voto dei membri della Società della Piccola Lanterna. Ma innanzitutto il presidente impose ai due contendenti di esprimere a turno e con chiarezza la propria posizione.

“Orbene — dichiarò Platz — se io vi sono mai parso uomo degno di fiducia questo è il momento di credermi. Io vi giuro sulla testa del mio figlio primogenito Alexander, possa il suo destino essere luminoso, che al momento del mio ingresso in questo palazzo la pioggia cadeva a torrenti.”

“Colleghi — seguì Pimmelkopf — voi mi conoscete come uomo burbero, ma onesto. Possa io cadere fulminato dalla folgore della tempesta immaginaria che sta tutta intera nella testa del mio collega se io non sono incrollabilmente certo che nel corso del suo viaggio verso questo edificio e fin dopo il suo ingresso nello stesso un sole incontaminato splendesse in un cielo sereno e imperturbato.“

Per primo, facendosi strada a spintoni fino al palco, intervenne il controverso e impopolare matematico Heinrich M. Hölle il quale propose che la questione fosse trattata tramite la logica matematica simbolica, che egli — così disse — aveva testé sviluppato in proprio, e ben un secolo prima di Gottlob Frege — nome che nessuno aveva naturalmente ancora mai udito non dovendo quegli nascere che nell’ancora lontano anno 1848. Il ragionamento si sarebbe dovuto sviluppare rigorosamente e incontestabilmente a partire da principi primi opportunamente costituiti in base alla particolare conclusione empirica che si volesse raggiungere. Poiché per l’appunto era la conclusione stessa a essere incerta, lo studioso annunciò dunque di voler ricavare due serie indipendenti di assiomi dalle quali per via di impeccabili ragionamenti formali si potessero ricavare in un caso l’una conclusione, e nell’altro quell’altra. Elogiò infine la potenza della logica deduttiva, in base alla quale si poteva esser sempre certi di poter ricavare la conclusione corretta in base alla sola forza della ragione.

Purtroppo per lo Hölle a quel punto un disturbatore, il cui nome le minute non riportano, si levò a rimarcare come con quel sistema si potesse essere altrettanto certi di ricavare sempre anche la conclusione sbagliata, nonché ogni altra possibile conclusione, e come la distinzione tra le varie possibilità fosse altrettanto insicura dopo tutti quegli astratti ragionamenti di quanto lo fosse prima dell’applicazione del metodo in questione.

Sceso lo Hölle dal palco con le pive nel sacco, vi salì in suo luogo l’emerito fisiologo Werner von Kaltenmeer il quale propose semplicemente di considerare le due opposte tesi contemporaneamente vere e false, almeno fino a quando i futuri sviluppi della scienza e della tecnica non avessero permesso di costruire un apparato sperimentale che consentisse di determinare con una misura perfettamente oggettiva che tempo vi fosse al di fuori dall’edificio al momento dell’arrivo del professor Platz.

Questa proposta lasciò l’uditorio assai perplesso, poiché conteneva del buono nonostante tutti i suoi difetti e ognuno rifletteva tra sé e sé sui pro e sui contro incerto se accoglierla o respingerla, né sapeva decidersi in un senso o nell’altro. Tutti rimasero interdetti fintantoché un robusto inserviente, tale Johann Großensieb, che era rimasto a osservare a bocca aperta tanti eruditi scienziati con la bocca più aperta della sua, pronunciò la fatidica frase “non dire gatto se non c’è lai nel sacco”, frase divertentissima quando gli strafalcioni siano riportati nell’originale tedesco, sciogliendo ogni imbarazzo in una vera cascata di risate.

Il terzo suggerimento provenne da Georg Rindener, l’ideologo della società, famoso per la sua grande distrazione, il quale sostenne con baldanza come pioggia e sereno non fossero altro che astrazioni prive di senso, di cui ciascuno avrebbe potuto sostenere qualunque cosa a suo proprio arbitrio, mentre era assai probabile che nella mente di Platz si fosse solamente formata l’idea di un suo arrivo in carrozza sotto una pioggia battente e in quella di Pimmelkopf l’idea complementare dell’arrivo del suo collega sotto il solleone, senza che alcuna delle due idee avesse corrispondenza in una realtà superiore. Propose dunque di dividere equamente i torti e le ragioni, avendo entrambi i contendenti piena ragione nella propria testa e completo torto al di fuori, qualora giudicati senza pregiudizio.

Inutile ribadire come nessuno tra gli ascoltatori avesse la minima idea della considerazione in cui tenere un tale suggerimento.

Successivamente parlò il chimico Ernst-Joseph Wenzel-Waldfried che sminuì le teorie dei predecessori, sostenendo che solo l’evidenza sperimentale direttamente percepita avrebbe potuto chiarire la verità, mentre il puro ragionamento astratto era del tutto impotente alla bisogna, ma poiché gli esperimenti necessari non erano stati condotti per tempo e non ci si sarebbe potuti certo fidare delle testimonianze dei corruttibili estranei, soprattutto su una materia di così grande importanza, propose di riprodurre con la massima precisione possibile, se non proprio esattamente, le circostanze dell’arrivo in carrozza di Platz e di misurare le condizioni del tempo in quel momento registrandone minuziosamente una descrizione e stabilendo che esso fosse anche il tempo dell’entrata precedente. Nessuno, tuttavia, mostrò di dare credito alcuno a una proposta tanto bizzarra.

Il possidente Gregor König avanzò l’idea di recuperare per quanto possibile ogni notizia esistente sulle condizioni meteorologiche del passato e di prender nota di quelle del futuro, nonché delle relative variazioni e correlazioni, onde aver modo di valutare se nell’ora cruciale dell’arrivo di Platz fosse più probabile che il tempo fosse sereno o piovoso, ma, pur perdendovi molto tempo in accese discussioni, non ci si riuscì a metter d’accordo su come pesare le probabilità di tali dati.

Insomma, per ore e ore si alternarono sul palco decine di oratori, ciascuno con la propria proposta, e vi si alternerebbero ancora se nel frattempo non fosse sopraggiunta l’ora inderogabile della cena sociale e, rappacificati i due contendenti di fronte alla tavola imbandita e a seguito di abbondanti libagioni di ottimo vino del Reno, il presidente, tra un brindisi e l’altro, non avesse deciso nel generale consenso che il dibattito non dovesse proseguire oltre e che fosse severamente proibito, pena l’immediata espulsione dalla Società, il farne menzione in tutte le riunioni successive a quella.

Sorry, the comment form is closed at this time.