Set 302013
 

ANELLI DI GIGE: una coppia di oggetti assolutamente identici.

Per oltre trentacinque anni re Guggu Maguggu, che i Greci chiamarono Gige, regnò in Luddu, che i greci chiamarono Lidia, regno che si estendeva nella parte occidentale di quella che oggi è l’Anatolia, che i Greci chiamavano Asia. In quel regno felice i campi erano fertilissimi e i raccolti assai abbondanti, fervevano le industrie e i commerci, le navi affollavano i porti e ogni cosa prosperava. I Lidi si arricchivano oltremodo accumulando quelle grandi ricchezze in gioielli, metalli preziosi e ogni sorta di altro bene materiale e immateriale che oltre cent’anni più tardi avrebbero reso famoso nel mondo re Creso, che i Greci chiamarono Croiso, nipote del nipote di Guggu e ultimo erede della dinastia da lui fondata.

Appena salito al trono, come narra la leggenda, dopo aver spodestato e fatto uccidere lo strangolatore dei cani, suo predecessore, egli volle sposarne la bellissima vedova che era stata causa involontaria della sua fortuna e di cui si era fortemente innamorato. Già amatissimo dal suo popolo e temendo che la sua futura sposa fosse da questo ingiustamente associata al suo odiato predecessore, egli volle mostrare pubblicamente come quella gli fosse tanto cara da volerla come sua pari e come egli intendesse con lei dividere esattamente a mezzo ogni potere e ogni possessione.

Onde simboleggiare nel modo più patente e limpido la parità assoluta della coppia regale Guggu fece convocare a corte il più abile e famoso tra gli eccellentissimi orafi di Lidia, il notissimo Talismatis da Smirne, e gli commissionò due anelli d’oro che fossero in tutto e per tutto identici sotto ogni aspetto e in ogni proprietà al punto da essere completamente indistinguibili. Talismatis si prostrò due volte ai piedi di re Guggu e si inchinò due volte ancora di fronte alla regina di Luddu, assicurando che quanto voluto dal re era per lui comandamento e legge ed egli l’avrebbe senza fallo compiuto perché tale era il suo talento da essere pari alla sfida.

Trascorsi che furono appena dieci giorni l’orgoglioso Talismatis si presentò al cospetto di Guggu in uno stato di inconsueta agitazione e, dopo esserglisi inchinato di fronte due volte ed essersi prostrato altre due volte ai piedi della regina, gli consegnò un prezioso scrigno d’argento incrostato di gioielli, assicurandogli che in esso avrebbe trovato i due anelli e che essi erano proprio tali quali il re li aveva voluti. Ma assai grande fu lo sdegno di Guggu quando, aperto il prezioso scrigno, non vi vide che un solitario anello, se pur di favolosa e incomparabile fattura. Sordo a ogni tentativo di giustificazione e a ogni protesta dello sventurato Talismatis, senza voler sentire né ragione né parola dalla regina e dai consiglieri che lo imploravano di essere clemente, egli ordinò alle sue guardie che all’orafo fosse seduta stante mozzato il capo, e così fu fatto come il re desiderava.

Attratto dalle grida d’orrore della regina il saggio babilonese Hannapalos, l’astrologo di corte, accorse nella sala del trono che non era forse trascorso neppure un minuto dall’esecuzione. Costui non potè dapprima frenare un naturale moto di ribrezzo di fronte al cadavere dell’orafo orrendamente mutilato, ma avendo distolto lo sguardo e avendolo per caso fatto cadere sullo scrigno i suoi occhi furono subito conquistati dal meraviglioso contenuto ed egli, sfuggitogli il morto dalla mente sì come cosa di meschina importanza, si complimentò calorosamente con il re per la coppia di anelli tanto magnifica quanto unica al mondo di cui era venuto in possesso.

Guggu fu colto da grandissimo stupore e meraviglia, non vedendo che un solo anello nello scrigno là dove Hannapalos ne scorgeva due, e subito ordinò al saggio di svelargli l’arcano. Hannapalos accennò dapprima un mezzo inchino, ma poi, colto il cipiglio indagatore dell’amato sovrano con la coda di un occhio e la testa dell’orafo con la coda dell’altro, pensò bene di prostrarsi due volte ai suoi piedi prima di incominciare.

«Ascolta, o re – così parlò Hannapalos – veramente è impossibile tramite i soli sensi posseduti dalle nostre spoglie mortali discernere l’uno dall’altro i due anelli contenuti in questo scrigno, poiché essi possiedono esattamente le medesime qualità e le medesime proprietà, ivi inclusa la loro posizione nel tempo e quella nello spazio, sì che essi appaiono del tutto indistinguibili e come se fossero una sola cosa agli occhi della testa, ma a chi come me sa bene usare l’occhio della mente la sola distinzione che intercorre tra loro, cioè quella di essere in effetti due e non già uno solo, appare tanto chiara quanto a ogni astrologo degno di questo nome è ben chiara la differenza tra l’ultima stella del mattino e la prima stella della sera».

La stupefazione di re Guggu crebbe oltre ogni immaginazione e incantato dagli oggetti meravigliosi dello scrigno fino al massimo entusiasmo egli si pentì amaramente della propria ingiusta crudeltà, si rammaricò di aver iniziato il proprio regno con un errore tanto grande e si ripromise di governare da allora in avanti amministrando la giustizia con la maggiore attenzione e con tutta l’equità di cui si riteneva capace. Egli volle conservare lo scrigno e gli anelli sempre con sé negli anni a venire onde la loro vicinanza e la loro vista gli ricordassero il suo errore e la sua promessa. Non potendo riparare al mal fatto e alle irrimediabili conseguenze del suo pernicioso impulso egli fece convocare a corte la moglie e i due figli gemelli del malcapitato Talismatis, pianse molto con questi ultimi la scomparsa del padre innocente, li ricoprì di ogni bene dopo che si furono prostrati due volte ai suoi piedi e li elevò alla più alta dignità del regno facendoli governatori di due province della costa e dei relativi lidi, mentre maritò la vedova a Hannapalos, cosa di cui i coniugi si mostrarono molto contenti prostrandosi per due volte ai piedi del sovrano, essendo entrambi di carattere assai prudente.

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