Ott 052013
 

Giunto al limitare dei quarant’anni il conte Federigo de Buenaventura y Molina si rese improvvisamente conto di avere fino a quel momento vissuto per errore la vita di un altro.

Trovandosi in quei giorni a dimorare presso l’avita dimora nella città di Burgos, ebbe modo di discuterne a cena la sera stessa con il proprio confessore, padre Cristobál Fernandez.

“E bene,” tentò padre Fernandez di rassicurarlo, “nel cambio non ci avete altro che guadagnato, siete un glorioso capitano della guardia di Sua Maestà l’Imperatore, il vostro coraggio è ben testimoniato dalla cicatrice che vi onora il volto che ben vi guadagnaste a Mühlberg, siete nobile, ricco e coraggioso, non avete affatto di che lamentarvi.”

“Don Cristobál,” gli rispose tristemente il conte “nel mazzolino delle virtù che splendidamente vi adornano si contano il timido fiore dell’onestà, quello robusto della fede e quello colorito del bel conversare, ma vi mancano l’immaginazione e la compassione,” e poi soggiunse tra sé e sé a voce ancor più bassa, di modo che quegli non l’udisse “e la simpatia”. Trovò poi la maniera di mutar discorso affinché padre Fernandez non si offendesse ulteriormente.

Congedato che ebbe il padre confessore, Federigo si tormentò per tutta la notte nella morsa dell’insonnia, rimuginando sui molti episodi del passato che alla luce della nuova rivelazione assumevano ora una luce sinistra e in particolare sulla giovane zingara, che al tempo aveva coperta di ridicolo e della quale si era fatto beffe assai a lungo, che vent’anni addietro gli aveva predetto, incerta ed esitante come colei che non sapesse bene chi abbia di fronte, un futuro tutto sbagliato.

Spuntata che fu l’alba, con l’animo in tumulto e il cuore agitato, a malapena si era fatto annunciare all’amico Agustín Castillejo, che ben sapeva essere assai mattiniero, che già entrava nella sua stanza e gli svelava la sua angoscia. Era Agustín un suo compagno di gioventù, letterato studioso ed erudito, la cui brillantezza non gli impediva tuttavia di essere autore di tomi tanto lunghi quanto noiosi sugli argomenti più disparati. Costui, fattosi monaco, si trovava in quei giorni a Burgos come componente del malinconico corteo da cui Carlo Imperatore si stava facendo accompagnare nel suo ultimo ritiro presso il monastero di San Geronimo dei Giusti, nella remota Estremadura.

“Mio diletto Agustín è con certezza incrollabile che io so, come so che il sole sorge ogni mattina, che nelle Fiandre vi è una giovane contadina fiamminga dai capelli dorati cui io, non so in qual modo, ho malauguratamente sottratto il destino di eroico capitano delle guardie del re, e me ne deriva una pena incontenibile e tanto più insopportabile quanto meglio conosco come sia del tutto impossibile che io possa mai renderle ciò che era suo a buon diritto”.

“Cavaliere de Buenaventura,” gli rispose Agustín “e dunque a te, secondo giustizia, sarebbe forse toccata in sorte la vita di una contadina di Fiandra?”

“Ma niente affatto, amico mio,” ribatté il conte, “quel destino l’ho rubato, sia pure non per mia volontà, e non si trattò affatto di uno scambio. La vita che doveva esser mia nessun altro la visse in mio luogo e il trascorrere del tempo ha reso impossibile che essa sia vissuta in futuro, quel destino che era mio è ora per sempre perduto”.

“Vorrei aiutarti e non posso, per quanto io lo desideri ardentemente”, riprese Agustín, “ti sarebbe di sollievo il far ricercare quella giovane perché ti fosse condotta e tu potessi offrirle, se non la riparazione che le spetta, almeno quanto rientra sotto le tue possibilità?“

“Gentile mio compagno”, mormorò il conte tristemente, “vedo bene che a te non mancano quelle virtù affatto ignote al padre confessore, ma a che pro sradicare dal suo villaggio una povera innocente del tutto ignara del furto ignobile compiuto ai suoi danni? E cosa mai io potrei offrirle, misero, che potesse non dico compensarla dell’offesa, ma anche solo alleviare un poco il tremendo rimpianto che la sola notizia di tale offesa le arrecherebbe? No, mio caro, nulla di tutto ciò è in mio potere”.

“Eppure io non posso che paragonare il tuo destino con il mio, cavaliere di Buenaventura, e trovarlo migliore, per quanto ingannevole e rubato. Delle mie opere malfatte, che ho scritto in odio all’umanità sperando con esse di annoiare a morte i miei lettori, non verrà neppure conservato il ricordo e si dubiterà persino che io sia mai esistito. Del tuo eroismo, o cavaliere, si parlerà nei secoli a venire”.

“Ohimé, di un’altra parleranno i posteri e tutta la presunta gloria di cui vanamente cianci sarà per l’oscura contadina, sola legittima proprietaria di questo destino eroico e glorioso. Di me nulla si potrà dire, poiché non ebbi modo di vivere neppure un solo minuto della vita che mi era per giustizia assegnata. Nulla di ciò che ho compiuto è davvero mio e se sulle mie imprese splenderà qualche luce a esserne illuminata sarà colei cui sola erano destinate”.

“Amico dilettissimo e sventurato”, gli si rivolse il monaco, “comprendo quanto profonda sia la tristezza che ti affligge a causa della tua malasorte e ti compiango, ma non lasciare che l’inerzia e l’indifferenza ti travolgano; potrai forse trovare qualche conforto presso il nostro Carlo, Re e Imperatore, che spesso ricorda con nostalgia le gloriose imprese del capitano delle sue guardie, che esse gli appartengano legittimamente o meno. È pur sempre alla tua persona che egli rivolge il suo sincero affetto. Ti invito quindi ad accompagnarmi presso di lui domani, la tua presenza allevierà la profonda noia che egli prova trovandosi a dimorare in questa santa, ma tetra città ed egli ti riceverà con quel piacere raro e prezioso che viene riservato agli amici più cari, centellinandolo come un buon liquore di gran pregio”.

Anche quella notte, assillato dalle ormai consuete sue ambasce, a stento il cavaliere di Bonaventura poté cadere in un breve e tormentato sonno, ma risvegliandosene cento volte e rotolandosi di continuo nel letto disfatto come colui che non è più ormai in grado di afferrare il perduto riposo, né spera di ritrovarlo mai.

La mattina seguente, il volto disperato segnato da rughe e occhiaie profonde, egli accompagnò l’amico presso la corte dell’Imperatore, in procinto di abdicare i possessi di Spagna in favore del figlio Filippo e lasciare nelle mani del fratello Ferdinando quelli d’Austria, e per questo non in condizioni di spirito molto migliori di quelle del nostro conte Federigo.

Carlo accolse calorosamente il capitano delle sue guardie come un fratello, poiché ne aveva grande stima, e ascoltò con interesse e preoccupazione le ragioni del suo tormento, poi, dopo una breve riflessione, trasse un sospiro e così incominciò:

“La tua sorte, cavaliere, non mi pare del tutto dissimile dalla mia, che pure fui un potente sovrano nelle cui mani fu posto un impero più vasto di quello dei Cesari e più onorato e potente di quello di Carlomagno, un impero su cui il sole sembrava non dover tramontare mai ed è invece giunto al crepuscolo senza che nel corso di sì lungo giorno io abbia potuto compiere impresa alcuna degna di esser tramandata alla storia. Io mi avvio al buon ritiro di un convento, triste e malandato, più vecchio dei miei anni, carico di molte inutili vittorie e di un piccolo numero di decisive sconfitte. La maggior gloria dell’impero che fu mio furono altri a conquistarla, Pizarro e Cortés a occidente, mio fratello Ferdinando a oriente, al quale riuscirono conquiste ben maggiori delle mie e che sarebbe verosimilmente stato Imperatore assai più degno di me; il turco, il pirata, l’eretico e il re di Francia, miei nemici, per quanto ripetutamente sconfitti ebbero infine maggiori ricompense che non le mie. L’ombra del sepolcro ricoprirà con me un uomo spesso vittorioso, ma ai cui piani ambiziosi quelle vittorie di Pirro risultarono nocive, causandone infine il fallimento. A me, come a te, è sfuggita la sorte che pareva essermi destinata. Io, Carlo quinto, baciato in gioventù da una fortuna senza precedente, avevo ogni occasione per esser glorioso, e non lo fui, e neppure seppi esser grande nella mala ventura; se il tuo glorioso destino non ti appartiene realmente, io, assai più disgraziato, mi lasciai sfuggire tra le mani quello che era mio legittimamente a buon diritto.

“Vedi dunque”, proseguì Carlo, “per quanto in coscienza io mi senta di avere organizzato e intrapreso ogni misura atta a riunire sotto una sola corona l’Europa intera, l’Africa settentrionale e l’Anatolia, e per quanto io abbia più volte sconfitto re Francesco, il sultano Solimano e l’ammiraglio Barbarossa, che si opponevano al mio progetto, essi non si diedero mai per vinti, come se le mie armate vittoriose non fossero che folate di vento, e respinsero con successo ogni mia ambizione. Le mie più grandi conquiste, l’impero di Moctezuma e quello di Atahualpa, furono donati alla mia corona da condottieri privi di scrupoli di cui a malapena conoscevo l’esistenza, che guidavano poche e mal finanziate armate di derelitti e che mi obbedivano solo formalmente e per le cui indesiderate vittorie, nelle quali non misi mano, non posso rivendicare merito alcuno e per le cui conquiste, terre che non vidi e non vedrò mai, non provai e non provo interesse alcuno.

“Ben ricordo invece, con sempre viva memoria e costante interesse”, continuò l’Imperatore, “il tuo comportamento glorioso e senza macchia in cento battaglie. Che importa se ti impadronisti, senza volontà e colpa alcuna, di un destino che non era tuo? Tu ben sapesti realizzarlo, e sei tu, non certo una fanciulla di Fiandra, che io ricordo a Mühlberg sbaragliare le truppe nemiche e catturare l’odioso principe di Sassonia incurante delle tue ferite. Sorte ben migliore della mia, che non seppi realizzare il mio proprio destino e per cui quell’ulteriore vittoria risultò infine inutile al pari delle altre”.

Agustín, cui dobbiamo questo racconto, lo tronca a questo punto senza commento e non ci narra se Federigo trovasse alcuna consolazione nella sventura del suo sovrano. La storia, che ricorda ancora Carlo d’Asburgo, ha quasi del tutto dimenticato Federigo e Agustín, possano essi trovare consolazione e riposo nell’eterno oblio.

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