Ott 062013
 

Se lo si fosse chiesto, ammesso che la domanda avesse un senso, a uno qualunque degli abitanti del luogo la risposta sarebbe stata che si trattava indubbiamente di un paese di montagna. L’ipotetico interlocutore, anzi, si sarebbe certamente mostrato offeso verso lo straniero che avesse osato mettere in dubbio una cosí ovvia affermazione.

Coloro che veramente dimoravano presso le impervie cime vicine, tuttavia, certamente sarebbero rimasti assai indignati di fronte a una simile menzogna sfrontata: la lunga e tortuosa via d’accesso percorreva sí l’intero fondovalle, ma il paese si trovava appena accostato alle falde dell’alto monte, a una quota che non si poteva certo definire elevata.

La grande quantità di neve che già ricopriva i dintorni e continuava a cadere copiosa avrebbe tuttavia corroborato quell’azzardata opinione presso chiunque non fosse molto pratico di quei luoghi remoti.

Io mi trovavo colà ormai da tre giorni avendo finalmente sbrigato con mia completa soddisfazione certi importanti affari e avrei dovuto essere già da tempo incamminato sulla via del ritorno, se non mi avessero trattenuto una certa stanchezza e il pensiero delle difficoltà del cammino innevato che esageravo alquanto, istigato dalla mia naturale pigrizia a dispetto dei molti obblighi che mi attendevano e che mi avrebbero dovuto richiamare a quei doveri di cui ero debitore nei confronti di me stesso.

Per di piú congedatomi ormai dal mio corrispondente, unica conoscenza in quel luogo sperduto e che viveva in un luogo assai distante, non avrei avuto altra alternativa che trascorrere l’intera serata presso il quieto alberghetto del villaggio, senza alcuna prospettiva oltre a una cena frugale seguita da un lungo sonno ristoratore.

Decisi dunque di addurmi quel tempaccio come scusa e mi permisi di poltrire ancora per una notte nel silenzio ormai consueto di quelle quattro case. La stagione non era propizia e all’infuori di me non vi erano altri ospiti, consumata rapidamente la mia cena, esaurite ben presto le scarse capacità di conversazione dell’oste, non restandomi infine altro da fare, mi ritirai nella mia stanza e sbrigate quelle poche faccende che la situazione richiedeva mi infilai sotto il piumino con grandissimo piacere e, rivoltatomi un paio di volte sull’alto e morbidissimo materasso, prima che l’orologio del campanile avesse battuto le nove mi trovavo già immerso in un sonno profondo e senza sogni.

Quando fui risvegliato di colpo il buio era totale. Per un lungo attimo rimasi intontito, senza capire, mentre l’eco vibrante si spegneva lentamente. Poi le urla altissime si risollevarono dandomi la sensazione che una selvaggia tribú indiana fosse inopinatamente scesa sul sentiero di guerra proprio al di sotto delle mie finestre. Eppure non mi risultava che ci fossero dei selvaggi nei dintorni.

Giovani, forse. Una banda di giovinastri ubriachi. Man mano che recuperavo lucidità questa ipotesi mi pareva l’unica logicamente possibile. E però dovevano essere parecchi per produrre tutto quel casino.

A stento credendo alle mie orecchie recuperai a tentoni un fiammifero dalla scatola sul comodino e, brancolando nell’oscurità, riuscii dopo molti sforzi ad accendere una candela. La luce tremolante mi rinfrancò dissipando i miei vaghi timori. Indifferenti al tremore della fiammella quelle strazianti grida continuavano a levarsi, intervallate da sordi tonfi non meno misteriosi. «Uaaah! Auuugh! Eeeh!» Ero sconcertato.

«Ragazzacci», inveii tra me e me, sperando in cuor mio che quei barbari si stancassero presto e mi lasciassero tornare al mio sonno profondo. Purtroppo quel fracasso non accennava affatto a diminuire. Rimasi per un po’ speranzoso, con lo sguardo che vagava irrequieto posarsi ora sulle travi del soffitto ora sulle rustiche assi che rivestivano le pareti. Fosse stata estate, mi ritrovai a pensare senza motivo alcuno, ci sarebbe senz’altro stato un mazzolino di fiori sul piano della scrivania in un vasetto di vetro. Probabilmente primule o genzianelle, non era quella una quota da stelle alpine.

A volte le urla tacevano per mezzo minuto, mentre i misteriosi tonfi proseguivano imperterriti, allora il sonno tentava di richiamarmi a sé, ma ogniqualvolta mi sentivo già tornato nel mondo dei sogni, chiuse le palpebre appesantite chiuse e reclinato il capo ciondolante, un nuovo scoppio di urla mi riportava indietro.

Infine un violentissimo frastuono, come di qualcuno che percuotesse a caso, ma molto velocemente e con grandissimo vigore, un coperchio metallico con un pesante bastone di legno, mi riscosse del tutto.

Abbandonato dalle ultime vestigia della mia pigrizia, mi decisi a levarmi e barcollai fino alla grande finestra deciso a far rispettare il mio diritto alla tranquillità. Spalancai i vetri e con un gesto deciso dischiusi le pesanti imposte, per rimanere interdetto di fronte a uno spettacolo del tutto inatteso.

Mi ero aspettato la visione di una decina almeno di giovani balordi e invece, sotto la grande luna piena che risplendeva nel cielo notturno e sorprendentemente sereno, nello spiazzo innevato che si apriva sotto di me circondato dal bosco di abeti, si aggirava un solo uomo, di forse cinquant’anni, o cosí mi parve, dall’apparenza ingannevolmente rispettabile e dal comportamento mirabilmente insensato: sbraitando ad altissimo volume si gettava ora su un mucchio di neve, ora si rotolava su un pendio, ora raccoglieva la neve a manciate gettandola sopra di sé e facendosela ricadere addosso a cascata, o facendone palle che gettava intorno con mano salda e mira infallibile verso invisibili bersagli. Egli pareva al contempo ridere, piangere, respirare e gridare, tutto a pieni polmoni. La sua giacca a vento rossa guizzava qua e là senza sosta e senza ritegno, mentre lo osservavo a bocca aperta. «Uaaah! Auuugh! Eeeh!» gridava, gettandosi a capofitto nella neve fresca e riemergendone coperto di bianco.

Dopo dieci minuti buoni di quella scena egli volse casualmente il viso dalla mia parte e sembrò infine accorgersi di me. Senza perdere la sua aria dignitosa e la sua composta scompostezza mi si rivolse: «non sprechi questa notte!» mi incitò «scenda anche lei, è bellissimo! Uaaah! Auuugh! Eeeh!» e già aveva ripreso il suo folle divertimento senza curarsi piú oltre di me.

A dispetto di me stesso non potei trattenere un sorriso, ma richiusi le imposte e ritornai a infilarmi sotto le coperte, attendendo che quella tempesta si placasse. Stimo che continuasse ancora per un’ora buona, ma alfine si placò, o comunque se ne andò altrove e ricaddi insensibilmente nel sonno, per risvegliarmi la mattina successiva con il sole già alto.

Sceso per colazione stavo per turbare l’imperturbabilità dell’oste con un ovvia domanda, quando quell’uomo entrò nella sala e si diresse dritto verso di me senza incertezza alcuna. «Permette?» si presentò, «dottor Saunders, medico oculista specialista.» Senza lasciarmi il tempo di presentarmi a mia volta o di ribattere alcunché si diresse al banco e ordinò una grappa, che ingollò d’un fiato, per poi andarsene per i fatti propri senza piú avermi rivolto un solo sguardo.

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