Ott 072013
 

Ogni poche settimane, la domenica sera, passavo da lí col treno. A un certo punto i binari formavano un’ampia curva nel fondovalle, la velocità diminuiva e alla mia destra potevo comodamente osservare la casa con la veranda dalle ampie vetrate ad arco rivolta a occidente. Ne immaginavo gli abitatori seduti a osservare il sole al tramonto, riflesso nelle acque del lago al di là della ferrovia, come il fuoco che a tarda notte si spegne nel camino, quando le ultime scintille se ne corrono via su per la cappa e le si osserva in trasparenza, attraverso un calice di vino ambrato.

Quella volta salirono sul treno due tipi buffi con l’aria pacifica e imperturbabile di angeli in incognito. Il primo, cui la bassa statura e la rada barba rossiccia davano un certo quale aspetto da gnomo dei boschi, portava in spalla un piccolo zaino colorato e nella mano qualche foglio arrotolato e una bottiglia d’acqua; il secondo, piú alto e dalla pelle del viso un po’ flaccida, metteva in mostra una candida chiostra di dentoni che gli conferivano un’aria di bambino cresciuto, accentuata dai bermuda e dalle scarpe da ginnastica blu; costui recava con sé una lungo filone di pane incellofanato e un libriccino dall’aria vaga di messale. Entrambi, quello rosso e questo dai capelli neri, erano pettinati con la scriminatura nel mezzo secondo una moda di cui si era da tempo persa la memoria, il bambinone li portava piú lunghi del primo, un po’ a caschetto.

In un italiano stentato, ma pronunciato correttamente, il piccoletto chiese se i posti di fronte a me fossero liberi e ricevuta la mia risposta affermativa si sedette con calma a fianco del compagno che mi si sistemava di fronte, accomodando il proprio fardello nel posto rimasto libero accanto a me.

Si misero subito a discorrere distesamente in un idioma a me affatto sconosciuto, che per esclusione decisi essere finlandese, indicandosi a vicenda qualche particolare del paesaggio che scorreva al di là dei finestrini; non avendo molto altro da fare ebbi modo di osservarli con calma un po’ di sottecchi. I fogli arrotolati si rivelarono uno spartito, sul quale potei scorgere parte del titolo in lettere rubricate: “Salmo Resp…”. Il messale, accomodato sul piccolo ripiano tra i sedili, rimase un mistero impenetrabilmente chiuso.

Mai angeli furono meglio cammuffati, soltanto li tradiva al mio sguardo indiscreto la calma olimpica e il tono di voce pacato, del tutto estranei al carattere del turista, nonché l’aspetto buono e ingenuo, ma in certo qual modo nient’affatto stupido. Nella loro lingua incomprensibile i due sembravano ora commentare il tempo che andava oscurandosi per un temporale incombente.

«Guarda un po’» pareva dire lo gnomo al suo pacioso compagno «che ti combinano quelli lassú»!

«Non preoccuparti» gli rispondeva questo sorridendo «passerà presto». E cosí fu.

Scesero a una stazione intermedia dopo essersi tranquillamente messi in coda agli altri passeggeri che si affannavano verso l’uscita, ancora li osservai un’ultima volta scomparire fianco a fianco nel sottopassaggio, con la pagnotta e la bottiglia, lo spartito e il messale.

Poco piú oltre rividi come molte altre volte il riflesso del tramonto spegnersi velocemente nelle finestre della veranda e pensai che non mi sarebbe dispiaciuto trovarmi là in casa, ad ammirare il treno correre per la valle mentre la sera scende, abbandonandomi ai sogni senza un pensiero al mondo.

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