Ott 082013
 

Non io scelsi di essere ciò che sono. Nato da poco, appena mi apprestavo a lasciare zampettando il luogo natío che già vagheggiavo d’essere altro da me, uno di quegli alti esseri che scorgevo trascorrere a volo sopra i miei passi veloci, forse una libellula vaga e feroce, oppure un coleottero ronzante, a volte addirittura uno di quei grandi animali imperturbabili e ricoperti di piume che mi avrebbero afferrato e divorato in un istante, per poi subito dimenticarmi, se abbassandosi si fossero accorti di me. Come si impara presto che il proprio destino è irrinunciabile!

Un ferreo istinto che credevo infallibile mi guidò verso l’ignoto, sentivo di essere destinato a grandi cose ed ero certo che se avessi proseguito per la mia strada sarei infine riuscito a trascendere i limiti che mi erano stati imposti e avrei ottenuto ciò che nessuno dei miei fratelli avrebbe neppure osato immaginare. Se per magia fossi stato tramutato in falco non mi sarebbe parso abbastanza e mi sarei sforzato di divenire invece un’aquila, sicuro com’ero che nulla mi sarebbe stato impossibile.

La prima trappola fu tesa nell’ombra del fitto sottobosco; ero debole e vulnerabile allora, ma dando gli ultimi tocchi a quell’opera incerta già mi vedevo innalzato presso le cime degli alberi dalle foglie verdi e lucenti ondeggiare sicuro nella piena luce del giorno senza un pensiero al mondo, cullato da un vento gentile. L’ardua lotta non mi appariva vana.

Quanto mi illudevo in tanta ingenuità! Nessuno di noi potrebbe mai raggiungere tali altezze e sopravvivere, sapesse pure rendersi invisibile ai predoni del cielo l’astro diurno lo accecherebbe, il vento lacererebbe i fragili sostegni della sua filiforme dimora e lo scaglierebbe lontano, giú tra il marcio fogliame da cui pure aveva un giorno saputo faticosamente emergere.

Col tempo divenni forte e grande tanto quanto è possibile per mia natura, con scrupolo e prudenza ampliai le mie tele in successione, ciascuna tessuta appena un poco piú in alto delle precedenti, là dove le prede sono piú numerose e grandi. Oltrepassando i miei simili divenni pari al migliore tra loro, maggiore di quanti altri ne conservi la memoria; ci si sarebbe aspettati che ne fossi giustamente orgoglioso, e in fondo lo ero. Avevo saputo moderare le mie aspirazioni con l’esperienza e renderle ragionevoli senza mai scoraggiarmi e continuando ad avanzare passo dopo passo scavalcando ogni ostacolo che mi si parasse davanti.

Eppure mi sentivo insoddisfatto e tenevo sovente lo sguardo rivolto alle irraggiungibili cime, ai nidi funesti dei nemici mortali della mia specie, quasi si trattasse di sontuosi palazzi dei quali mai e poi mai mi si sarebbero schiuse le porte, i cui recessi fossero eternamente preclusi.

Piú spesso ancora seguivo con gli occhi e poi a lungo col pensiero il volo senza meta degli insetti graziosi dalle ali colorate simili a fiori che soli si aggiravano presso l’intricata tela senza mai cadervi e senza mai ritornare una seconda volta. Magnifiche figure, tutte le ammiravo, ma alcune senza che io sapessi dirmene il motivo rimanevano impresse nel cuore piú di tutte le altre; quanto avrei voluto poter rivedere quelle ali variopinte, ma ahimé, elle non vivono che un giorno, appena si fa a tempo a intravederle e innamorarsene perdutamente ed ecco che son già scomparse nel buio del tramonto.

Leggiadre figlie di quel goffo bruco vorace che trascorre i suoi giorni tra le foglie cadute, lo sguardo fisso a terra ad altro non attende che a nutrirsi e del cielo non si cura. E proprio a lui è concesso infine di librarsi in volo, sia pure per un breve attimo, ma a me che tanto l’ho desiderato questo destino è negato per sempre. Cosí pensavo e andavo maledicendo gli spiriti dell’aria. Io non sapevo rassegnarmi.

Come avrei voluto che la natura mi avesse dotato di ali per seguire quelle fugaci apparizioni e giocare spensierato con loro aggirandomi all’ombra delle fronde, volteggiando tra un fiore e l’altro, risalendo un raggio di sole e lasciandomi scivolare, con un brivido di piacere, veleggiando su di una sottile corrente d’aria. Rapito da questa illusione mi lasciavo pendere da un filo oscillante nella brezza e sognavo di volare.

Oh quante volte perduto nel fantasticare fui bruscamente riscosso dallo scuotersi della trama sottile, con quanta gioia, non sapendo distinguere nell’ombra tra sogno e realtà credetti che uno di quegli esseri superbi fosse infine giunto a me. Quale tristezza nell’accorgermi infine che non si trattava d’altro che di uno di quei comuni e schifosi insetti neri, mosche o mosconi privi di ogni attrattiva e bellezza. Allora mi scagliavo rabbiosamente sulla vittima, la avvolgevo imprigionandola con la bava e la divoravo voracemente suggendone le viscere nel piú breve tempo possibile, lanciandone poi via, irritato e deluso, il guscio vuoto senza vita.

Non sempre. A volte l’illusione non veniva interrotta e credevo allora che l’immonda visitatrice fosse una di quelle creature di sogno. Con quanta sollecita premura la accoglievo e, potenza della finzione, ne vedevo gli occhi colmarsi di insensata speranza e tutta la sua figura trasfigurarsi e divenire quasi bella; se poi in qualche rara occasione un raggio di luce a stento penetrato fin laggiú ne illuminava le sembianze ecco che un improvviso riflesso metallico rosso o verdastro su quel povero corpo oscuro pareva giungere a confermare il trasognato delirio. Dolce era l’inganno, mi pareva di volere un poco di bene a quelle incerte apparenze e che potesse essere possibile che esse mi ricambiassero, fosse pure in un’altra epoca e in un altro universo, se non qui e non ora.

L’attimo è breve, a queste latitudini il sole corre veloce. L’ombra e la natura riguadagnavano presto i propri diritti, la fame reclamava il pasto, svaniva in un lampo il torpore del dormiveglia e innanzi a me non compariva altro che la preda consueta e un’altra spoglia esangue sarebbe in breve caduta al suolo. Piú grande è il miracolo e meno a lungo esso dura.

Io stesso invecchio, e se con le stagioni viene la saggezza la forza della maturità per contro svanisce; non passerà lungo tempo che dovrò guardarmi da avversari che ancora mi permetto di disprezzare, non ho mai potuto avere per me maggiore considerazione di quella che provo per gli altri: non vive a lungo il cacciatore pietoso. Ormai conosco me stesso e so bene che cambiare non sarebbe possibile né desiderabile, se mai lo è stato. Il cammino che percorro è tracciato, l’ho reso per quanto possibile sicuro e non mi dolgo di aver lasciato dietro di me le giovanili speranze, tanto che da lungo tempo non ne odo piú neppure il lontano richiamo. Non avrò mai le ali e non m’importa.

E anche se una farfalla distratta, cosa inconcepibile, si impigliasse alfine nella trappola, che mai potrebbe accadere? Certo, sulle prime sarebbe accolta come una regina; quanto mi affannerei per ricercare i fiori piú belli e succosi per reciderne le corolle e prendermi la pena di portarle di fronte a lei e a lei porgerle con delicatezza onde ne potesse suggere il nettare e adornarsi di quei petali come di una veste preziosa. Sfidando mille pericoli e gli acuti pungiglioni delle api gelose mi arrampicherei sino al cavo del tronco, dove è nascosto il favo, per rubarne il miele dolcissimo e recargliene in dono una goccia. Le viscere della terra non hanno mai racchiuso diamanti piú splendenti delle gocce di rugiada di cui il mattino cosparge la mia tela, questa corona senza pari io la metterei ai suoi piedi perché potesse dissetarsene.

Io l’amerei, o crederei di poterla amare con tutta la sincerità che ancora mi è possibile ritrovare nel profondo dell’anima, ma non sarebbe forse ella pur sempre prigioniera? Cosa potrei offrirle se non ciò che non vuole e di cui mai sentirà il bisogno?

Se come un tempo trascorressi notti insonni intimorito da pericoli immaginari, allora nella veglia agitata pregherei le piú grandi tra le creature alate perché siano rovesciati gli antichi voti, affinché mai quell’essere fragile abbia a cadere nella rete; che io sia divorato purché ella non abbia a soffrire! Ma i sonni trascorrono ormai tranquilli e nessuna atrocità potrà piú risvegliare una coscienza assopita per sempre.

Di certo la breve vita si accorcerebbe ancora per la consapevolezza d’essere caduta tra gli artigli di un mostro feroce e spietato, né la potrebbero rassicurare le tenere premure e le vane promesse, per quanto io stesso mi illuda di credervi. Io non saprei parlarle, nessuna lingua ci accomuna, ella interpreterebbe di certo le piú dolci parole come oscure minacce e non s’accorgerebbe dei miei doni inapprezzati e respinti. A ragione immaginerebbe d’essere in potere di un pazzo, l’ansia si trasformerebbe in terrore e nulla potrei fare per mitigarla un poco. La libertà che sola la renderebbe felice è l’unico dono che mai vorrò concederle.

Sfiorirebbe nell’angoscia ogni sua grazia, si farebbero smorte le tinte vivaci, le ali rattrappite tra i lacci appiccicosi di questa dimora diverrebbero secche e grigie, e se anche io osassi accostarmi alla sventurata per consolarla con un bacio, ecco, appressandomi a lei ella sbiancherebbe per la paura e tutta tremante scuoterebbe invano i vincoli inestricabili; infine, come è inevitabile, avvicinandomi la vedrei finalmente quale ella è oltre le vane apparenze del desiderio e del ricordo: insetto non dissimile da quelli che comunemente incontro nel tenue labirinto di fili e forse ancor piú ripugnante sotto la bella maschera.

Allora mi getterei su di lei senza piú alcuna speranza a fauci spalancate per ucciderla e cibarmene come di tutte le altre. Priverei lei della vita e il mondo dei suoi colori e nella notte senza piú fine e senza sogni la mia agonia non sarebbe forse meno terribile della sua, e inestinguibile il mio eterno rimpianto.

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