Ago 282008
 

Il sistema informatico della stazione spaziale gira sotto Windows?! Ditemi per favore che qualcuno si sbaglia.

Per altro non so quanta fiducia riporre in un articolo in cui sta scritto “Chi a tentato di infettare…” (sic).

Aggiornamento: controllando la fonte primaria si deduce che il calcolatore infettato è un laptop (o piú di uno), cosa che rende l’accaduto marginalmente meno incredibile, ma non meno stupido.

Lug 232008
 

Con quei quattro, cinque anni di ritardo La Repubblica si è finalmente accorta, con un articolo farcito more solito di inesattezze, dell’esistenza dei /b/tard, sulla scia di un servizio di The Times.

Definire i /b/tard “eversivi” è un po’ come definire eversivo l’asilo Mariuccia, ma vabbe’.

Einstein on the beach

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Mag 142008
 

The word god is for me nothing more than the expression and product of human weaknesses, the Bible a collection of honourable, but still primitive legends which are nevertheless pretty childish. No interpretation no matter how subtle can (for me) change this.”

Gen 272008
 

“Centinaia di persone, ebbre del proprio senso morale, si sono sentite autorizzate a produrre altri fotomontaggi in cui le gemelle comparivano in compagnia di Adolf Hitler e di Bin Laden. Sì, certo, certo, goliardate. Dietro alle quali, però, si acquatta la sconcia banalità di molti blogisti risentiti: anonimi professionisti della calunnia e della gogna, autentici fuoriclasse nell’arte dello sdegno a buon mercato e per lo più in malafede.”

Io avevo Alessandro Piperno in antipatia senza saper bene perché. Adesso lo so. La frase sopra citata trasuda un tale afrore di buon pensiero da ricondurmi istantaneamente indietro di quarant’anni esatti (quand’ero alle elementari, ma già mi guardavo intorno).

Tacciare una serie di sane provocazioni adolescenziali per ebbrezza da senso morale, mi richiama alla mente l’immagine di una notte eterna nella quale Piperno si trovi a vagare incerto, rischiarando il cammino alla luce tremolante di una manciata di lucciole, che egli è convinto siano una lanterna. Però le definisce egli stesso goliardate, segno che è pure in malafede e che sta solo fingendo a fini retorici di aver preso lucciole per lanterne, il che è pure peggio.

Scritti del genere mi porterebbero a credere che ci fosse al mondo un gran bisogno di 4chan, /b/tards e compagnia bella, tutta roba che normalmente odio a morte, se non sapessi bene che d’altro non si tratta se non dei pretenziosi e irresponsabili fratelli minori in fieri del Piperno stesso.

Il resto dell’articolo è parimenti superficiale, maleinformato, vano, vuoto, vieto, frusto, bieco, benpensante e perbenista. Come l’autore, suppongo, che par proprio il tipo da andar fiero di una tale sfilza di aggettivi.

Ma… che odo? Ecco, poco oltre, un ritmico suono di percussioni, qualora sul cerchio, talaltra sulla botte…

“(…) gli studenti gruppettari che impediscono al Papa di dire la sua e la processione di politici inginocchiati di fronte a un Pontefice non meno vittimista del ministro?”

Qualunquista, per giunta. Ché i politici si sono inginocchiati per davvero, ma il papa la sua l’ha ampiamente detta eccome e anche proprio da quelle pagine da cui ci giunge una simile pretenziosa arringa.

Titoli

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Gen 272008
 

Dopo aver scorso il titolo del lancio d’agenzia e letto le prime righe, mi stavo chiedendo se Ratzinger, persona con strane idee, ma piuttosto colta, delirasse, vaneggiando di Augusto e Tiberio grecizzanti.

Invece no, come si deduce dal testo a non aver capito nulla di nulla è il titolista.

Peccato.

Gen 232008
 

Anche se il corrierone pare pensarla diversamente, sinceramente a me risulta che i test PLIDA (con risultati da A1 a C2 secondo la normativa europea) intendano misurare la conoscenza della lingua italiana da parte degli stranieri e che per tale preciso scopo siano esattamente calibrati.

Noi madrelingua dovremmo rientrare automaticamente tutti quanti nella categoria C2 senza bisogno di fare alcun test.

Filologia inglese

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Ott 242007
 

Ci si domanda se tutte almeno alcune tra le Italiane che possiedono una Pinko Bag siano a conoscenza del significato del termine.

Set 212007
 

I progressivi sviluppi tecnologici nel campo delle comunicazioni verificatisi nell’ultimo paio di secoli hanno contribuito a suscitare l’impressione di un’accelerazione della storia rispetto ai tempi passati, che è a mio parere in massima parte illusoria.

Pertanto, quando tra poco mi riferirò a “questa fase della storia italiana”, occorrerà tenere presente che per me essa partí nel 1861 se non prima, arriva comodamente ai nostri giorni e proseguirà ben oltre; ci sono stati molti piccoli cambiamenti, ma grandi evoluzioni e fratture epocali io non ne ho viste: credo che i futuri storici, se riterranno opportuno parlarne, infileranno a ragione tutto quanto nello stesso paragrafo, monarchia, dittatura e repubblica, Alessandro Manzoni e Gruppo ’64. A noi sembra diversamente solo perché ci siamo in mezzo e giudichiamo tutto come se lo guardassimo con un’enorme lente d’ingrandimento, ma siamo parte di un’unica epoca e di un solo episodio della storia, caratterizzato artisticamente dalla tensione, in altre epoche inconcepibile, tra classicismo e romanticismo e quindi dall’alternarsi regolare di avanguardie che a turno adottano provocatoriamente l’uno degli atteggiamenti in opposizione all’altro[1].

Venendo al punto, questa fase della storia italiana ha visto la lenta trasformazione dell’Italiano da lingua esclusivamente letteraria a lingua del parlare comune. Fino all’unificazione del Paese l’Italiano [2] era rimasto praticamente congelato per secoli, tra la lingua di Dante e quella di Manzoni passa una differenza ben minore che non tra quelle di Chaucer e Dickens.

Trasformandosi in lingua parlata l’Italiano ha cominciato a cambiare e ad ammorbidire la propria rigidezza, dapprima lentamente, poi piú velocemente con un effetto valanga che ha inorridito i puristi e che è ancora ben lungi dall’aver raggiunto la sua massima intensità. Inorridisce anche me, beninteso, e già mi trovo a rimpiangere congiuntivi e condizionali che non sono neanche del tutto spariti; però io so di aver torto e che la storia mi darà torto: questo non è il momento di opporre resistenze, il cambiamento ha motivazioni chiare e oggettive, rendere una lingua nata per la scrittura maggiormente adatta all’uso orale, e non può essere arrestato in alcun modo.

La storia non ricorda quegli Inglesi, ma ce ne saranno stati parecchi, che protestarono a gran voce contro il Great Vowel Shift[4], la mia impressione è che non ricorderà neppure i difensori a oltranza delle modalità verbali. Le coniugazioni verbali cambiano, ma le lingue restano espressive: in luogo del perfetto svanito chissà dove l’Italiano conta oggi ben due passati, tra l’altro in gran parte ridondanti e ha ricreato persino un futuro, tempo di cui molte lingue fanno a meno senza problemi, dopo aver perduto quello latino.

Si può rimarcare come un aspetto realmente negativo di questa nuova fluidità dell’Italiano parlato sia stata la nascita di isole gergali isolate, per esempio quella obliqua e fumosa della politica o quella volgare e infiorettata dei giornalisti sportivi.

Al contempo questa dinamica ha anche spiazzato molti tra gli utilizzatori del linguaggio letterario, che a lungo andare si sono sentiti scavare il terreno sotto i piedi. In questi ultimi anni sia il vecchio linguaggio letterario di matrice ottocentesca che la lingua popolare, non ancora sufficientemente stabile, sono stati percepiti come inadeguati.

Non da tutti, naturalmente, questa è una questione di sensibilità personale: Baricco, scrittore che non apprezzo particolarmente per altri motivi, fa ampio uso di un italiano letterario impeccabile, tanto tradizionale quanto (fin troppo) gradevole. I cannibali hanno tentato in vari gradi con vario e diseguale successo di mediare tra lingua letteraria e lingua quotidiana[5].

Comunque sia, io ritengo che tra i vari modi di reagire a questa percezione il peggiore sia proprio quello di crearsi una propria isola gergale; credo anche che la peggiore tra le possibili isole sia quella barocca, dove si utilizzi senza ironia (l’ironia redime, a volte) una lingua formalistica, infarcita di artifici[6], non perché il Barocco sia in sé un male, ma perché in quest’epoca rappresenta un atteggiamento completamente antistorico e che non precorre alcunché.

Invece di pilotare la propria barca nella corrente dell’Italiano in trasformazione, la si ancora alla propria isoletta, che si è raggiunta vogando controcorrente, e ci si ferma lí, senza saper parlare, se non alla piccola elite dei compagni di voga.

Questa insensata tendenza al barocco di molti scrittori italiani contemporanei a me fa piú orrore della perdita di qualsiasi congiuntivo.

[1] questo moto oscillatorio tra alternative apparenti contribuisce alla falsa impressione di una successione di rapidi cambiamenti, ma si tratta di un orologio a pendolo: non è un veicolo e non conduce da nessuna parte;

[2] che usa come riferimento una versione annacquata e ripulita del dialetto [3] Toscano, ma non si identifica totalmente con quello;

[3] la distinzione tra lingua e dialetto è meramente accidentale, non intrinseca; alcuni Toscani insistono su vernacolo, cosa da discutersi opportunamente nel capitolo futuro dedicato ai peli nell’uovo;

[4] che è uno dei motivi principali, non l’unico, per cui l’Inglese ha un’ortografia inconsistente con la pronuncia: ci fu un tempo in cui l’Inglese si pronunciava davvero come ancor oggi lo si scrive (con regole simili a quelle del Tedesco);

[5] lodevole nelle intenzioni, ma fallimentare nella pratica il tentativo di Aldo Nove, che pure andava fatto e andava fatto proprio cosí; meglio Pinketts (scrittore molto migliore di quanto possa apparire a prima vista, ma ultimamente ripetitivo) che però ricade a pochissima distanza dal tradizionalismo, ricalcando Scerbanenco;

[6] beh, ci casco anch’io, a volte, e non è l’ultima.